Dalla pet therapy al latte: il riscatto dell’asinello sardo

Giovannantonio Pilo con un asinello

Dopo gli anni Sessanta ha rischiato l’estinzione, ora la riscoperta delle sue doti In Italia censiti 77mila 981 esemplari: 1945 sono di razza Sardo, 253 Asinara

SASSARI. Socievole, forte, paziente, mite. Ma anche simpatico, curioso e... intelligente. È l’asino, animale per decenni finito nel dimenticatoio dopo millenni di sfruttamento e ingiusti luoghi comuni che ne hanno trasformato il nome in un insulto. Ma forse si avvicina, lenta come i suoi movimenti, l’ora del suo riscatto, anche sotto il profilo dell’immagine che gli è stata ingiustamente affibbiata.

Giovannantonio Pilo è un veterinario dell’Istituto zooprofilattico sardo di Sassari, con una collaborazione con il Parco dell’Asinara. Contratto part time per scelta, in modo da avere tempo da dedicare alla sua azienda di allevamento di asini (cui ha dato nomi di toponimi sardi) a Bancali. Snocciola dati: «Ci sono 77.981 asini censiti a livello nazionale, dei quali 1.945 (in tutta Italia) appartengono alla razza Sardo e 253 alla Asinara; poi ci sono i meticci, incroci tra Sardo e altre razze, più robusti».

Il Sardo ha il manto grigio, 120 chili circa e altezza di un metro e 10 massimo al garrese, è autoctono e si è adattato all’ambiente isolano assumendo una corporatura più piccola, resistente e frugale nelle abitudini. L’“Asinara”, nato nell’omonima isola, è bianco, con un parziale albinismo, un po’ più tozzo. Leggende ne attribuiscono la presenza al naufragio di una nave egizia, ma quasi certamente la razza si è sviluppata dall’incrocio di soggetti albini. Fa parte di un registro a parte. «Gli Asinara sono realmente a rischio estinzione, nonostante gli sforzi di Agris e le cure sanitarie. Purtroppo – afferma Pilo – non se ne comprende il valore di questa presenza, da sfruttare anche a fini turistici. Le istituzioni potrebbero fare di più coinvolgendo fattorie didattiche e parchi, ad esempio».

Sino agli anni Sessanta non possedere un asino per chi lavorava nei campi era impensabile: un po’ come non avere il trattore o l’auto. Poi è arrivata la meccanizzazione e l’animale è finito nel dimenticatoio, considerato solo per la carne, specie nel Sassarese, rischiando di estinguersi. La sua salvezza è stata determinata dalla parziale riscoperta per usi non legati al lavoro in agricoltura, ma – spiega Pilo – «come attrazioni in agriturismo o centri di ippoterapia, grazie anche a l’incentivo europeo i 200 euro l’anno alle aziende per le razze in via di estinzione ma soprattutto al lavoro di Agris che è riuscita a mantenere un buon serbatoio di fattrici iscritte a registro (30-35) ed è stata l’unica a tutelare la specie, sia la Sardo che l’Asinara, frenata dalle restrizioni economiche quando già impiantava embrioni».

L’azienda è per Pilo una passione, più che un lavoro. «Tante spese e tanto tempo, è come avere un’amante» scherza. «Ho quattro fattrici, ci ho messo anni per tirarla su», spiega. «Lo scopo è allevare animali da compagnia, che possono essere utilizzati per progetti di attacco al calessino, trekking sommeggiato (l’asino accompagna l’uomo nelle escursioni ma senza carichi o quasi), oppure per la produzione di latte».

Un’attività per veri amatori, perché la resa è davvero poco conveniente: «A fronte di un valore di 8-15 euro al litro, da un’asina – dice Pilo – si riescono a ricavare 500 grammi al giorno. Così la produzione la utilizzo per me, è un latte di gran qualità ottimo per i bimbi perché la presenza di Lisozima (antibiotico naturale) lo rende ottimo in particolare per i bimbi. Lo trasformo anche in sapone: è un emolliente naturale, quello che produco è profumato col mirto».

Pilo è letteralmente rapito da questi animali: «Interagiscono con l’uomo, sono dolci, socievoli e, contrariamente a ciò che si dice, molto intelligenti. Sono capaci di apprendere anche meglio dei cavalli. Se si rifiutano di fare qualcosa è perché non sono remissivi. Per rapportarsi con loro occorre dolcezza, hanno bisogno del contatto con l’uomo, e la risposta arriva». Pilo, che sugli asini ha fatto anche la tesi di laurea, solitamente li vende fuori dalla Sardegna e lo fa a malincuore: »Mi piacerebbe che restassero, qui c’è il loro ambiente ideale – dice –, ma lo richiede il mercato. L’ultimo è andato in Trentino nel terreno di un birraio». E ricorda una farmacista genovese che faceva girare per casa l’asinello che le aveva venduto. Rebecca no, non l’ha ceduta. Acquistata per 200 euro al macello («mi fece tenerezza») è diventata la mascotte dell’azienda: «Il suo affetto per me è morboso».

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