Il bambù pianta del futuro in Sardegna: ecco i dubbi da estirpare

Solinas (OnlyMoso): «La tendenza a infestare si neutralizza scavando solchi» «C’è un mercato. E le spese si ammortizzano a partire dal quarto anno»

SASSARI. È considerata da molti come la coltivazione del futuro, adatta ai terreni sardi e capace di garantire introiti in grado di compensare in uno-due anni dall’avvio della raccolta, dopo 4-5 anni, l’investimento iniziale. Di bambù si parla sempre più di frequente e c’è chi si è già gettato nel business. In diversi paesi del Nuorese sono già stati impiantati i primi bambuseti e la primavera del 2021 – spiega Gianni Solinas, olianese, responsabile commerciale vivai dell’azienda OnlyMoso e promotore del progetto in Sardegna con il quale si fornisce, oltre che le piantine, l’assistenza tecnica ai conferitori garantendo loro il ritiro del prodotto e un prezzo minimo fisso una volta a regime – segnerà il periodo nel quale vi sarà il primo raccolto a Mamoiada, Nule e Sorgono, i tre centri che per primi hanno creduto nel prodotto orientale.



Eppure c’è chi non si fida, anche perché nell’isola il bambù gigante è una new entry e non sono possibili paragoni. Così fioccano gli interrogativi. Uno dei più diffusi riguarda il fatto che questa specie sia molto infestante. Il bambuseto va considerato come un unico organismo, il suo cuore è sotto terra ed è quel reticolo che si estende in orizzontale con i suoi rizomi gettando sempre nuovi polloni. Si teme quindi che possa invadere altri terreni oltre a quello scelto. Gianni Solinas, spiega che la soluzione è semplice: «Dopo aver piantumato, si fa uno scavo perimetrale attorno all’ettaro della coltivazione profondo 70 centimetri e largo almeno 50. Intorno al secondo anno i rizomi sbucano dalla piccola trincea, basta tagliarli e il problema è risolto».

Un altro cruccio degli indecisi riguarda l’effettivo costo della manodopera, specie nei primi anni, che sono quelli nei quali occorre anche avere a disposizione acqua in abbondanza: «Il lavoro più faticoso consiste nella preparazione del terreno – dice Solinas – che non deve avere pietre più grosse di un pugno che impedirebbero l’estensione dei rizomi, non deve essere acquitrinoso per evitare che le radici marciscano, e non deve crescere erba. Poi, posto che occorre una recinzione in filo spinato e corrente a bassa tensione per salvaguardare il lotto dai cinghiali, i quali non mangiano i germogli ma fanno comunque danni, il lavoro da fare è solo quello di ripulire le piantine. Per il resto c’è un impianto di irrigazione a goccia, un agronomo che fa la consulenza, è prevista la sostituzione delle piante che muoiono garantita dall’organizzazione». Non ci sono però macchinari adeguati: «È vero, nei primi due anni tutto va fatto a mano – ammette Solinas – ma poi si può tranquillamente usare un piccolo trattore».

E ancora: ogni progetto ha bisogno di una nicchia di mercato da riempire, nel bambù esiste o c’è il pericolo che si tratti solo di una “bolla”, di una scommessa che potrebbe lasciare a piedi chi ci ha creduto e ha investito un minimo di 35 mila euro a ettaro, questa è la cifra occorrente? «Occorre sapere che esistono 1600 diversi utilizzi – spiega Solinas – dal capo della bioedilizia alle costruzioni con criteri antisismici (e sappiamo che bisogno ci sia in Italia di nuovi materiali), dall’arredamento alla cosmetica e agli integratori alimentari (il germoglio si mangia ed è noto per le proprietà benefiche). Il produttore non ha bisogno di preoccuparsi del mercato: siamo noi a garantire il ritiro di germogli e canne. Il rischio che la filiera non abbia sbocchi è molto vicino allo zero».

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

WsStaticBoxes

Necrologie

WsStaticBoxes