Cellula sarda di Al Qaeda il pm chiede 4 ergastoli

Sassari, la Dda: «Organizzazione spietata che operava in più Paesi» Sollecitate altre 6 condanne per i pakistani che avevano stabilito la base a Olbia  

SASSARI. Un’organizzazione «spietata», «senza scrupoli», «pericolosa», ancor più «per via del fatto che operava in più Paesi». E proprio la “transnazionalità” è stata considerata un’aggravante dal pubblico ministero della Dda di Cagliari Danilo Tronci che ieri sera, nell’aula bunker del carcere di Bancali a Sassari, ha concluso la lunghissima requisitoria nel processo a carico di undici imputati accusati a vario titolo di appartenere a una cellula terroristica affiliata ad Al Qaeda, che avrebbe avuto base a Olbia.

Chiesti quattro ergastoli, un’assoluzione e poi condanne a dodici, quattordici, sei, undici e diciotto anni di carcere. Le posizioni più gravi quelle del commerciante pakistano Sultan Wali Khan (considerato dall’accusa il capo di questa presunta cellula) e dei suoi connazionali Imitias Khan, Siyar Khan, Yahya Ridi Khan. Ergastolo per via della pesante accusa di strage al mercato Meena Bazar di Peshawar (in Pakistan) avvenuta il 28 ottobre del 2009 dove morirono oltre cento persone, tra cui molti bambini. A questa si aggiungono le altre accuse: l’organizzazione e la partecipazione all’associazione terroristica e all’associazione finalizzata all’immigrazione clandestina transnazionale. Tronci ha invece sollecitato alla corte d’assise presieduta dal giudice Pietro Fanile (a latere Teresa Castagna) una condanna a 18 anni per Hafiz Muhammad Zulkifal, l’imam di Bergamo, capo religioso e promotore dell’associazione transnazionale che avrebbe provveduto alla propaganda «di stampo radicale, volta all’indottrinamento dei fedeli, anche destinati al martirio», secondo la Dda. Oltre che contribuire «a reperire le risorse finanziarie per l’azione armata, attraverso raccolte fondi periodiche». Chieste, infine, condanne a 12 anni per Ghani Sher, a 14 per Muhammad Siddique e Alì Zubair, a sei per Shah Zubair e a undici per Ul Haq Zaher. Assoluzione, invece, per Niaz Mir.

Nel processo si è costituita parte civile la Presidenza del Consiglio dei ministri con l’avvocatura dello Stato ieri rappresentata in aula dall’avvocato Ivan Cermelli che ha chiesto un risarcimento complessivo di 300mila euro con provvisionali immediatamente esecutive di 150mila euro.

I componenti della presunta cellula terroristica finirono in carcere nell’aprile 2015, a conclusione di una operazione diretta dalla Dda di Cagliari e svolta sul campo dalla Digos di Sassari all’epoca al comando del dirigente Mario Carta. I negozi e le abitazioni di Olbia, Sassari e Alghero di Sultan Wali Khan, stando alle tesi accusatorie, servivano per sostenere la raccolta di collette tra i musulmani dell’isola e la comunità mediorientale, denaro destinato al finanziamento delle scuole coraniche in Pakistan. L’accusa più grave resta però quella di aver ideato e pianificato azioni terroristiche concorrendo (solo alcuni degli imputati) nell’organizzazione di diversi altri attentati in Pakistan, oltre a quello del mercato di Peshawar: sabotaggio di linee elettriche, attentato a una scuola pubblica secondaria femminile, sequestro e omicidio di quattro membri dell’apparato di sicurezza pakistana, un ordigno contro un’auto della polizia.

«Parliamo di persone pericolose – ha detto Tronci a chiusura della requisitoria – spietate e senza scrupoli. Che dicono che bisogna ammazzare dei bambini. E lo dicono loro, ce lo riferiscono gli interpreti. Parlano spesso di Bin Laden e vivono a 120 chilometri dal luogo in cui Osama è stato ucciso. Uomini che vengono accusati da più parti di essere terroristi. Lo stesso imam di Sassari, moderato, era risentito. Nelle intercettazioni diceva che a Olbia si raccoglievano fondi per finanziare tutto questo». E poi ci sarebbero le telefonate dalle quali emergerebbero dichiarazioni che in qualche modo fanno capire, secondo il pm, che alcuni imputati sono chiaramente coinvolti nell’attentato di Peshawar. «Prove importantissime» le definisce Tronci: «Come dicono i giuristi, gli indizi non si contano, si pesano. E questi sono pesantissimi». Per tutti e undici gli imputati è stata chiesta l’espulsione dal territorio nazionale. Ora la parola passa alla difesa.

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