Piero Angela: «Ho visto tutto il mondo ma mai un nuraghe»

Il re dei divulgatori tv: «Con un linguaggio adatto la scienza è accessibile a tutti». Sulla Sardegna: «L’ho visitata molto meno di quanto avrei voluto»

SASSARI. Il tono di voce è lo stesso che siamo abituati a sentire in tv da anni e anni di “Quark”. Rassicurante, suadente, inequivocabile. Questa volta però Piero Angela non parla né di viaggi intorno al pianeta né di scoperte scientifiche, ma racconta sé stesso. La sua carriera, la sua tv. Una vita al servizio dei telespettatori a cui ha fatto conoscere e amare la storia, la scienza, la tecnologia, la natura. Ed è proprio per questi meriti che il re dei divulgatori, 90 anni compiuti a dicembre, sabato a Porto Cervo riceverà il premio speciale della giuria del Premio Costa Smeralda. Un nuovo riconoscimento che va ad aggiungersi agli innumerevoli ricevuti in oltre 65 anni di carriera.

Siamo arrivati al premio numero?


«Non saprei, ne ho ricevuti tantissimi. E un po’ di tutti i tipi».

Piero Angela


Wikipedia dice che le sono state conferite otto lauree honoris causa e che ha vinto sette telegatti. Lei è la dimostrazione che la cultura può essere anche nazionalpopolare.

«Le lauree, nel frattempo, sono diventate 12, mentre di telegatti non ne ho più ricevuti perché non li consegnano più. Al di là di questo, si tratta di due tipi di premi a loro modo importanti, perché i telegatti rappresentano il giudizio del pubblico sui programmi, mentre le lauree testimoniano l’apprezzamento dell’accademia per quegli stessi programmi. È un po’ quello che vado dicendo da sempre: da una parte ci sono gli scienziati che approvano i contenuti, dall’altra il pubblico che apprezza il linguaggio. Le cose che io racconto - e i miei collaboratori raccontano perché il nostro è un lavoro di gruppo - sono importanti, serie, fatte bene, corrette, senza sciocchezze al loro interno, senza tentativi di furbizie. E soprattutto utilizziamo un linguaggio non solo semplice ma accattivante. Il che vuole suscitare interesse e trasmettere il piacere di scoprire. Come dice anche il sottotitolo di “Ulisse”».

Sabato le verrà consegnato il Premio Costa Smeralda. Non è la prima volta che riceve un riconoscimento in Sardegna.

«A Cagliari nel 1997 mi è stata conferita una laurea honoris causa in Biologia. Qualche anno fa a Villacidro ho ricevuto il premio letterario Dessì. Ma purtroppo la Sardegna l’ho visitata molto meno di quanto avrei voluto».

Mai stato in vacanza nell’isola?

«Una volta, era l’agosto del 1968. Ricordo che eravamo appena arrivati alla Maddalena, ero con mia moglie e i miei figli. Un signore del posto ci aveva invitati a fare una piccola gita in barca, ma abbiamo fatto appena in tempo a vedere Budelli e la Spiaggia rosa, perché l’indomani sono dovuto tornare di corsa a Roma: i sovietici avevano invaso la Cecoslovacchia. Allora facevo ancora il telegiornale».

Il suo primo impatto con il pubblico non lo ha avuto come giornalista ma come jazzista.

«Quello è stato un hobby, non sono mai stato un musicista in senso professionale. Insieme ad alcuni colleghi dell’università avevamo anche creato una band. All’epoca avevo anche studiato musica classica, ero arrivato fino all’ottavo anno. Mi cimentavo al pianoforte. Amavo il classico ma più di tutto mi interessava la musica jazz».

Alberto Angela davanti alla reggia nuragica di Barumini


Nel frattempo entra in Rai: prima al Giornale radio e poi in televisione, al Telegiornale.

«Avevo iniziato nel 1953 a Torino, poi mi sono trasferito a Roma. Quasi subito mi hanno mandato a Parigi per fare una sostituzione, ma alla fine ho fatto il corrispondente dalla Francia per nove anni. E poi è stato il turno di Bruxelles».

In quegli anni al Tg c’era il sardo Tito Stagno.

«Ci conosciamo bene, ma non abbiamo mai avuto occasione di fare delle cose insieme. Anche perché quando lui conduceva il tg io ero corrispondente a Parigi. E successivamente il tg delle 13.30 io l’ho condotto solo per un anno e mezzo. Perché poi ho deciso di prendere un’altra strada».

Cosa l’ha spinta a lasciare il tg per i programmi di divulgazione?

«Tutte le imprese dell’Apollo di cui quest’anno cadono i cinquant’anni. Avevo visitato tutte le stazioni e avevo scoperto i centri di biologia spaziale che si occupavano dello studio dell’origine della vita e delle sua evoluzioni. A quel punto ho deciso di dedicarmi anche professionalmente a quelle cose che già mi piacevano per conto mio. E così dal 1969 ho fatto sempre e solo programmi di scienza».

Il primo programma fu “Destinazione uomo” nel 1971, ma il grande successo arriva nel 1981 con “Quark”. Come nasce questa trasmissione che segnerà per sempre la televisione italiana?

«Fino ad allora realizzavo tutti i documentari da solo. Ma ovviamente riuscivo a farne pochi. Allora ho pensato a un programma con tanti collaboratori. Ed è stato più facile. Nel 1981 nasce così “Quark”, che partito con 18 puntate e 10 speciali, è diventata una rubrica molto seguita».

Il successo di “Quark” avviene negli anni del boom dei quiz di Bongiorno, dei fagioli della Carrà e delle ragazze Drive in. Qual è stato il segreto del successo?

«Era un programma di interesse per il pubblico fatto con un linguaggio adatto. La scienza, ma anche la tecnologia e tanto altro, sono mondi da scoprire, pieni di cose interessanti. Basta spiegarle in modo chiaro. A quel punto chi è curioso e ha voglia di sapere non può non trovare interesse. Per capire come funziona il cervello o cosa c’è dentro la materia la chiave d’accesso è il linguaggio».

Insieme ad Arbore e Biagi è uno dei pochi a non avere mai tradito la Rai. Ma immagino Berlusconi l’avrà sicuramente corteggiata?

«Certo, le offerte sono arrivate, ma io mi sono sempre ritenuto un servitore dello Stato, sempre dalla parte dei cittadini. La Rai è un servizio pubblico, le tv commerciali hanno altre esigenze, devono fare ascolti per forza. Io ho sempre temuto che in una tv commerciale avrei subito quel tipo di pressioni e ho preferito declinare».

Lei è stato uno dei pochi volti tv a prendere le difese di Enzo Tortora.

«È vero. Molta gente si è defilata, molti amici sono scappati perché pensavano fosse colpevole. Io invece lo conoscevo bene e sapevo che era del tutto estraneo a quelle accuse che gli venivano mosse. Mi era bastata una piccola ricerca per capire che erano infondate. E così lo ho sostenuto, sono andato a trovarlo in carcere, ho fatto raccolte di firme, ho seguito tutta la vicenda tramite il suo avvocato. Purtroppo molti giornali dell’epoca lo trattarono da colpevole e lui di questo ne soffrì tantissimo».

Due anni fa il Foglio di Giuliano Ferrara fece una petizione per chiedere al presidente della Repubblica la sua nomina a senatore a vita. Lei rifiutò. Si è mai pentito?

«No, io faccio un altro mestiere. A ognuno il suo».

Per le nuove generazioni lei è il padre di Alberto Angela. Che effetto fa il successo di suo figlio?

«Mi fa molto piacere. Io ai miei figli - ho anche una figlia - ho sempre detto che le priorità sono l’educazione e fare bene le cose. Alberto ha studiato tantissimo, in Italia e all’estero. Ha fatto il ricercatore come paleontologo in diverse università americane. Poi ha cominciato a scrivere, abbiamo fatto due libri insieme. Finché casualmente non è andato a raccontare le sue esperienze alla tv svizzera. In Italia lo volle Telemontecarlo per una specie di “Superquark”. Successivamente, ma quando era già un professionista, l’arrivo in Rai. Io ero contrario, ma i dirigenti dicevano: è bravissimo. In realtà, anche io sapevo che aveva tutte le carte in regola e che avrebbe potuto fare tanto. E la pratica lo ha dimostrato».

Nelle scorse settimane Alberto ha dedicato una puntata delle sue “Meraviglie” alla Sardegna. L’ha vista?

«Purtroppo no, ero negli Stati Uniti ma cercherò di recuperarla. Si parlava dei nuraghi che purtroppo non ho mai visto dal vivo. Mi auguro prima o poi di averne l’occasione».

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