Lo studioso: clima e incuria hanno favorito le cavallette

L’entomologo Floris: «Infestazione nel Nuorese, nulla in confronto al passato» 

NUORO. L’invasione della “cavalletta crociata” spaventa l’oriente della Sardegna: viene chiamata così il Dociostaurus maroccanus, nome scientifico di una specie, la locusta del Marocco, nota storicamente nell’isola per essere la protagonista delle grandi infestazioni del passato, quelle in cui il cielo veniva letteralmente oscurato da nuvole di insetti. In questi giorni è il Nuorese a essere sotto attacco di questo animaletto lungo dai due-tre centimetri che deve il suo nome a una striatura chiara a forma di X sul pronoto, la parte dorsale del torace. Ma in realtà – spiega Ignazio Floris, entomologo del dipartimento di agraria dell’università di Sassari – ciò che accade è niente rispetto alle disastrose invasioni del passato.

Le armi. «La Sardegna come tutte le zone del mezzogiorno e del nord Africa, è stata segnata nel corso della storia da questi fenomeni, che però non si verificano in maniera massiccia dagli scorsi anni 40 – spiega lo studioso – Per due motivi principali. Innanzitutto grazie all’avvento della meccanizzazione agricola: le cavallette depongono le uova nei primi centimetri di suoli secchi, non lavorati, così quando si è cominciato a lavorare la terra in maniera massiccia con l’uso di macchine, automaticamente si è operata una forma di contenimento del fenomeno. Inoltre, con l’utilizzo di parassiti delle uova di cavalletta che a metà degli anni 40 alcuni entomologi che operavano in Sardegna, Boselli in particolare, hanno introdotto e che hanno svolto un’opera di contenimento importante».

Clima pazzo. E allora come si spiega che ogni tanto il problema ritorna? «In realtà ciò cui stiamo assistendo in questi giorni, seppure impressionante alla vista e preoccupante per le conseguenze, è circoscritto. Si parla di qualche migliaio di ettari, forse sono qualche centinaio. Siamo ben lontani dalle vere invasioni, quelle che sino al dopoguerra interessavano 500mila ettari, con punte sino a 1,5 milioni di ettari, cioè il 70% della superficie dell’isola. Una recrudescenza si verifica in situazioni favorevoli – dice Floris – come quelle legate all’andamento climatico di questi anni, che favoriscono prima lo sviluppo delle larve (siccità prolungate che disseccano i suoli, l’ideale per deporre le uova) e poi la disponibilità alimentare (piogge che fanno crescere molta erba».

No alla chimica. Mangiano tutto, piante erbacee, foraggere, cereali soprattutto, ma non risparmiano nulla di ciò che incontrano sul loro cammino – spiega l’esperto – Si può prevenire? «È un problema di gestione ambientale. Se ciò accade, vuol dire che c’è stato un abbandono delle campagne, i terreni incolti sono il substrato che dà il via al fenomeno. Si tratta di individuare precocemente i focolai, quando le cavallette appena nate sono molto concentrate in zone ristrette e si possono eliminare facilmente. Ora sono già adulte, in fase riproduttiva e molto mobili. Pensare di usare grandi quantità di insetticida non ha senso: se ne ucciderebbero molte, ma tante sopravviverebbero e si sarebbero nel frattempo riprodotte». Per non parlare dei danni ambientali e ai prodotti da contaminazioni.

Lavorare per domani. «Ora si va verso una diminuzione, ma resteranno sul terreno le ooteche (i contenitori che in media custodiscono una trentina di uova), che daranno luogo in futuro a nuove invasioni. Quindi bisogna operare già per il prossimo anno, lavorando anche in modo superficiale i terreni incolti (sufficiente per distruggere le uova) e cercare di individuare già da aprile-maggio i nuovi focolai, colpendoli in fase iniziale. In generale occorre un programma di gestione del territorio». È questa la chiave per vincere le crociate.

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