Le colleghe delle indagate: in aula gridavano sempre

Maltrattamenti a scuola, altre insegnanti sospettavano ma non sono intervenute Uno dei bimbi alla mamma: «A settembre troverò una maestra buona?» 

BUDONI. Alcune colleghe delle maestre finite sotto inchiesta sospettavano che qualcosa non andasse nei metodi utilizzati nella seconda C della scuola materna (bambini nati nel 2014). Ma anche nell’altra classe, quella da cui è partita l’indagine dopo la querela per maltrattamenti presentata dai genitori di un bambino. «Il fatto è che al contrario delle altre classi in quelle aule la porta era sempre tenuta chiusa, e non potevamo sapere cosa stesse accadendo all’interno», rivela una maestra della quale rispettiamo l’anonimato. Ma il sospetto era che in un’aula e nell’altra si adottassero metodi coercitivi. «Si sentivano distintamente le urla continue delle insegnanti», dice ancora. Che qualcosa di strano accadesse, insomma, pur in mancanza di un’esatta percezione della realtà che solo adesso i filmati delle telecamere nascoste stanno rivelando, era probabilmente noto a più persone che, con ruoli diversi, lavorano nell’istituto di via Kennedy.

Mentre le indagini dei carabinieri proseguono con l’audizione dei genitori dei bambini, intanto i servizi sociali del Comune hanno cominciato a seguire le famiglie, aprendo uno sportello, affidato al coordinamento della pedagogista Piera Miscera, che presto si avvarrà di due psicologi e del Set, il servizio educativo territoriale di Olbia. «Occorrerà stare vicino sia agli adulti sia ai bambini», dice Miscera. Il Comune ha annunciato che se si andrà a processo si costituirà parte civile.

Molti genitori ora provano sensi di colpa per non aver capito, nel mutismo dei propri figli su quanto accadeva in classe (i piccoli avevano la consegna del segreto da parte delle maestre), che quando i bambini dicevano di non voler più andare a scuola non era per un capriccio ma perché vivevano una situazione di estremo disagio. «È così – racconta alla Nuova una madre che accetta di parlare a condizione dell’anonimato –, purtroppo l’abbiamo capito solo ora. L’altro giorno mio figlio mi ha chiesto se al ritorno a scuola a settembre, per frequentare il terzo e ultimo anno, troverà una “maestra buona”. Così ho capito che la sua ritrosia ad andare in classe nei mesi passati non era un capriccio, ma nasceva dalla paura. Quando ho visto i video registrati sono rimasta impietrita».

«Schiaffi e sculacciate erano all’ordine del giorno – continua la giovane madre – e non riguardavano solo il bambino figlio di emigrati, ma tutti i compagni, di entrambi i sessi. L’acqua, comprata fra l’altro dai noi genitori, veniva centellinata, se un bambino chiedeva di dissetarsi veniva ignorato. Lo stesso accadeva per i bisogni fisiologici: la tendenza delle due maestre era di ignorare le richieste di bambini, che se la facevano addosso il più delle volte, e poi dovevano aiutare le inservienti a pulire se sporcavano. Gli insulti erano all’ordine del giorno: “stupido”, “cretino” erano una costante del modo con cui le due maestre si rivolgevano a bambini di neppure cinque anni. Confermo l’episodio del martello sbattuto sul tavolo per spaventare i bambini, così come le botte date con un cilindro di cartone, credo proveniente da un rotolo di carta usa e getta per tavoli. Mi chiedo solo per quale motivo nessuno del personale a scuola si sia accorto di niente, a tutti i livelli. Ad alcune di noi all’istituto è stato detto: “Sono due insegnanti all’antica, anziane e quindi stanche e stressate”. Non mi pare una giustificazione accettabile» .

WsStaticBoxes WsStaticBoxes