Pecorino con latte vaccino: il tarocco minaccia l’isola

Le false produzioni di Parmigiano e Grana hanno superato quelle made in Italy. Anche Romano e Fiore Sardo sotto l’attacco del fenomeno “italian sounding”

SASSARI. Quello in corso è un vero attacco all’agroalimentare made in Italy, i formaggi italiani sono l’emblema di questo fenomeno e quelli ovini sardi sono pienamente coinvolti. L’allarme è stato urlato ieri dal palco di Bologna e rilanciato anche dal premier Conte in occasione del Parmigiano Day, spazio dedicato dal Villaggio Coldiretti: la produzione di falsi Parmigiano Reggiano e Grana Padano nel mondo ha superato quella degli originali. Un'industria del tarocco che i dazi minacciati da Trump rischiano di rendere sempre più fiorente e che ha paradossalmente i suoi centri nei Paesi avanzati. Se il Parmigiano diventa Parmesan dagli Ùsa all'Australia, dal Sudafrica fino alla Russia, Parmesano in Uruguay, Reggianito in Argentina o Parmesao in Brasile, se il Grana Padano diventa Grana Pampeana, anche i formaggi sardi e in particolare gli ovini nei quali l’isola è maestra sono da tempo oggetto di un attacco che vanifica gli ultimi dati positivi sull’export.

Il Pecorino Romano è uno dei formaggi più imitati al mondo, ci finisce il 60% del latte prodotto in Sardegna. Ebbene, negli Usa con grande sfrontatezza ne viene prodotta, ma con latte di vacca, una imitazione, il “Romano cheese” per quasi le stesse quantità di quello autentico certificato Dop trasformato nell’isola: 260.000 quintali. Quelli di Romano autentico esportati sono 92.000. «Mentre ci si accapiglia per le sovrapproduzione di 70mila quintali di Pecorino romano – fa notare Coldiretti – che hanno determinato la saturazione di un mercato che in media ne assorbe 270mila quintali, e su come strutturare il piano di produzione, le imitazioni invadono il mondo, con tarocchi che non hanno nulla a che fare con l’autentica produzione che segue un disciplinare rigoroso. Addirittura lo si fa con latte di mucca e in qualche caso abbiamo dovuto subire anche l’onta di vederlo commercializzato con una etichetta che riportava in primo piano la foto di una mucca sorridente, come accaduto in Cina».

I principali imitatori con prodotti cosiddetti “italian sounding” (cioè col nome che “suona” come italiano) sono gli Stati Uniti (in particolare nel Wisconsin, in California e New York) dove appena l’1% dei formaggi di tipo italiano consumati ha in realtà un legame con la realtà produttiva tricolore mentre il resto è realizzato sul suolo americano. E non a caso è il principale mercato di sbocco all’estero del pecorino e del Fiore sardo tanto che finiscono negli Usa quasi 2 pezzi su 3 del famoso formaggio esportato dall’Italia. Addirittura in Gran Bretagna si vendeva per 120 euro un kit per la produzione casalinga del Romano. A Singapore arrivò prima una forma australiana chiamata “Romano”che il Pecorino sardo.

E non è un caso il fatto che – spiega Coldiretti – siano proprio gli industriali del falso formaggio made in Italy negli Usa a spingere affinché Trump attui le minaccia di dazi anche su questi prodotti provenienti dall’Europa. «Purtroppo il settore è circondato da troppi speculatori lungo tutta la filiera che rosicchiano tutto il valore aggiunto che potrebbe derivare da un prodotto figlio di un saper fare millenario, con il rispetto del benessere animale e del territorio – dice il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba – Ci ritroviamo invece a vivere il paradosso di pastori che oggi producono in perdita». E il presidente Battista Cualbu: «La mancanza di trasparenza interna, l’assenza di dati condivisi, le troppe e innumerevoli divisioni ci costringono da anni a lotte interne a una filiera che, come ci dimostra quotidianamente l’accordo con Biraghi, se marciasse unito porterebbe a risultati soddisfacenti per tutti e ci consentirebbe di lavorare uniti per difenderci dalle imitazioni, da nemici esterni molto forti che in questo modo hanno anche gioco facile».

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