Valentina: «Sono quasi morta e sorrido. Ora aiuto le altre a salvarsi»

La storia: 10 anni fa l’ex marito tentò di ucciderla dandole fuoco. Minacciata e insultata nel web, fa campagne contro violenza e bullismo

SASSARI. La voce è dolce e Valentina è contenta quando qualcuno glielo dice: «Perché è la voce di prima, e avevo paura di perderla». Il prima è la vita precedente alla notte tra il 16 e il 17 aprile di 10 anni fa. Il prima è la storia di una giovane donna bellissima e ingenua, convinta che chi dice di amarti non ti farà mai del male. Quando Valentina Pitzalis quella notte di 10 anni fa ha bussato alla porta della casa di Manuel Piredda, il suo ex marito, non aveva paura. Si fidava di lui, nonostante la sua insistenza asfissiante, nonostante non volesse arrendersi alla fine di un rapporto «malato, perché questo era. Un rapporto opprimente, di gelosia morbosa e di violenza psicologica continuata. La vivevo sulla mia pelle ogni giorno ma non sapevo cosa fosse, l’ho capito dopo».

Quando l’ex marito le ha rovesciato addosso litri di liquido infiammabile e le ha dato fuoco, quando si è risvegliata molte ore dopo in un letto di ospedale a Sassari, centro grandi ustionati «e non vedevo nulla perché il fuoco mi aveva bruciato anche le cornee», quando si è vista per la prima volta in uno specchio «e non ero come Freddy Krueger, però....», Valentina Pitzalis ha capito che dagli amori malati e sbagliati devi fuggire prima che ti travolgano e ti lascino addosso i segni per sempre.

Dieci anni dopo. C’è una cosa che Valentina, dieci anni dopo quella notte di aprile, dice che nessuno le può togliere: «Il mio sorriso». Ma è rimasto anche molto altro della giovane donna di prima ed è proprio questo che colpisce. Valentina ti spiazza con la sua ironia, la sua incapacità di piangersi addosso «perché non devo fare pena a nessuno». L’hanno definita una vittima anomala, perché di solito una vittima muore e lei invece è sopravvissuta. L’hanno criticata perché piange poco e invece una come lei dovrebbe consumarsi di lacrime.

Valentina Pitzalis non è niente di tutto questo. È una donna di 37 anni che riesce con coraggio ed enorme dignità a guardare al futuro, a sognare un amore che ti toglie il fiato, a complimentarsi con se stessa perché con l’unica mano malconcia che per miracolo le è rimasta, riesce a lavarsi i denti «e a mangiare da sola senza farmi imboccare». E dopo dieci anni quasi non fa più caso alle mamme che coprono gli occhi ai loro bambini quando la incrociano al supermercato: «Faccio paura? A me fa più paura la loro ignoranza». Soprattutto, dieci anni dopo, Valentina non si tira indietro nonostante l’odio, le minacce, gli insulti che le piovono quotidianamente attraverso i social.

«Uno degli ultimi episodi pochi giorni fa. Loredana Bertè va a Sanremo e diffonde un messaggio importante contro la violenza sulle donne, un giornale riporta la notizia e io commento con un cuore su Instagram. Una decina di ore dopo leggo “è arrivata l’assassina, come mai non ti hanno condannata? Ah già, sei simbolo del femminismo tossico”. Un nome inventato, un fake, come tanti che mi stanno addosso. Voglio dirgli che no, non mi hanno condannato perché io non ho fatto nulla. E sono ancora in piedi, nonostante tutte le infamie che ho letto e sentito. Nel 2014 ho scritto un libro, “Nessuno può toglierti il sorriso”: ho visto gente che gli dava fuoco, lo bruciava come successo a me 10 anni fa. Certe persone non possono passarla liscia: sto facendo una battaglia contro l’odio on line, perché le parole hanno un peso e possono uccidere».

L’inchiesta e le denunce. La vita prima e quella dopo sono segnate da momenti e date in rosso nel calendario. Del prima ci sono tante gioie e speranze: «L’amore della mia famiglia, la nascita del mio nipote adorato, il lavoro in Veneto e in Germania, il sogno di una vita felice con Manuel». Nel dopo «ci sono gli occhi che si riaprono in ospedale, c’è una dottoressa speciale, Alma Posadinu, che si rifiuta di amputarmi anche la mano destra perché sa che cosa significherebbe per me, c’è la mia famiglia presente più di prima, c’è la bistecca che ho mangiato dopo mesi di pappe e roba semi liquida.

Ci sono circa 30 interventi chirurgici, il naso che non si può ricostruire, le protesi per le orecchie che mi danno fastidio e allora me le tengo così, pazienza. Però c’è la mia voce: uguale a prima dopo un mese in silenzio e sei di tracheostomia. Poi c’è l’incontro con Giusy Laganà, amica e sorella per scelta, che con l’associazione “Fare X bene onlus” mi accompagna nella mia risalita. E infine una data, il 1 ottobre 2020, quando è stata archiviata l’inchiesta aperta nei miei confronti dalla procura di Cagliari. È stato ribadito che tutte le accuse mosse dalla famiglia del mio ex marito erano infondate: loro mi hanno dipinta come un mostro, tentando di raccontare il mondo alla rovescia. È finita e mi è costata tanto, psicologicamente ma anche economicamente». Già, perché nonostante Valentina sia invalida al 100%, le pensioni dei genitori con cui vive fanno reddito quanto basta per non avere diritto al gratuito patrocinio «a differenza di chi mi ha accusata».

Dunque Valentina ha dovuto pagare le spese legali: tutte le perizie, le consulenze di medici legali e anatomopatologi ai quali si è rivolta nel corso degli anni, perché costretta a dimostrare la sua innocenza. Il conto finale era salatissimo: 98 mila euro. Grazie alla raccolta “Regala un sorriso per Vale” ne sono arrivati 126mila. Spese legali pagate, il resto servirà «per combattere l’odio: ho denunciato 25 persone in 9 procure, la maggior parte degli haters arriva dalla Sardegna. Non voglio risarcimenti ma risvegliare le coscienze. Internet deve essere un luogo sicuro, non un posto dove diffamare chiunque e restare impuniti. La mia missione è questa, è il mio “dopo”, che mi fa sentire viva».

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