Sereni e l'accusa falsa di abusi su minori: «Undici anni nell’inferno»

Sereni con la figlia Sofia nata in Sardegna nel 2017

L’ex portiere di serie A Matteo Sereni racconta il suo calvario giudiziario. Accusato dall’ex moglie, il 4 marzo è arrivata l’archiviazione: "La Sardegna mi ha salvato"

SASSARI. La Costa Smeralda d’inverno è stata il suo guscio ovattato, il rifugio silenzioso in cui abbandonarsi. Fuga dalla grande città, dal rumore, dallo stress di una vita frenetica che non concede pause. Era il 2010 e Matteo Sereni era un giovane uomo stanco e spaventato: fare le valigie e venire in Sardegna per lui è stato naturale, perché sapeva che l’abbraccio dell’isola lo avrebbe aiutato, come fa una mamma che ti ama e ti protegge. Undici anni dopo Matteo è ancora qui e dice che la sua vita non potrebbe essere altrove. «La Sardegna, la Gallura, questi posti meravigliosi liberi dallo smog e immersi nella natura sono stati il migliore balsamo per le mie ferite. Qui ho trovato la serenità per affrontare l’incubo in cui 11 anni fa sono precipitato e da cui ora sto venendo fuori».

Era luglio: Matteo Sereni, portiere di calcio di serie A, contratto con il Brescia, viene accusato dalla ex moglie da cui si sta separando di avere abusato di una bimba. Il numero dei minori poi aumenterà, così come le persone coinvolte, in un crescendo di accuse terribili. È l’inizio della fine, di una esistenza e di una carriera professionale che vanno in pezzi. Matteo Sereni tocca il fondo ma risale, non molla. Si aggrappa alla vita e alla verità della sua coscienza: «Non sono un pedofilo, i bambini li amo e li rispetto. Sono una persona perbene». Sereni resta a galla e 11 anni dopo vince.



Il presente. È tardo pomeriggio e l’aria di fine inverno è ancora frizzante. Matteo è a casa con la sua famiglia: la compagna Stefania, torinese, titolare di una agenzia immobiliare, e la piccola Sofia, 4 anni a maggio. «È nata a Olbia, va all’asilo a Porto Cervo, madrina e padrino sono di Golfo Aranci e da un po’ mi chiama “babbo” in omaggio alla sardità». Sofia sa di avere una sorella e un fratello più grandi ma li ha visti solo nelle fotografie. Quelle immagini sono la parte della vita di Matteo Sereni che 11 anni fa si è fermata e che nel suo cuore ha causato una voragine. Sui figli avuti dalla ex moglie Silvia Cantoro Matteo ha perso per due anni la potestà genitoriale, poi l’ha recuperata nel 2017 in seguito all’annullamento della condanna in primo grado, 3 anni e 6 mesi, inflitta dal tribunale di Tempio. Nel 2017, «l’anno in cui è nata la mia Sofia, da allora le cose sono andate bene ed è iniziata la risalita».

Il passato. È estate, luglio 2010. Un anno prima la separazione dalla moglie Silvia che per lungo tempo è stata anche sua procuratrice: «Con lei avevo mantenuto rapporti civili, non potevo immaginare quello che sarebbe successo. Durante un’udienza in tribunale scopro che lei mi accusa di avere abusato di una minore in Sardegna, nella casa dove trascorrevamo le vacanze in Costa Smeralda. Ero incredulo, sotto choc, è stato come andato a sbattere contro un tir». Sereni in quel periodo gioca a Brescia, ha firmato un biennale e deve iniziare la seconda stagione. «Dieci mesi dopo la mia ex mi denuncia anche penalmente. E io esplodo. Il mio fisico non regge: appena tocco palla mi faccio male, strappi, contratture, capisco che devo fermarmi». E così fa: contratto rescisso, addio Brescia, addio al calcio, a una carriera che a 36 anni poteva regalare ancora molte soddisfazioni. Tutto nero? Non proprio. «Perché accanto a me c’è Stefania, che ho conosciuto 6 mesi prima. È un amore vero, che mi conforta e mi regala la luce. Anche lei è stanca di una vita stressante, cerca il sole, energie positive. Decidiamo insieme di costruire qualcosa lontano: la Sardegna è lì che ci aspetta e ci accoglie con affetto e gentilezza. Io amo quest’isola, amo i sardi e la loro discrezione. Mi sento a casa, sono a casa. Sono felice che Sofia stia crescendo qui, in un ambiente sano».

Il processo. Si celebra in Sardegna perché i fatti contestati sarebbero accaduti a Porto Cervo e la Procura competente è quella di Tempio. Nel 2015 la condanna a 3 anni e 6 mesi. «Sino a quel momento ero fiducioso. Poi le mie certezze hanno iniziato a vacillare. Mi sono aggrappato alla mia famiglia, a mia madre e a mio fratello, ai miei amici vicini e lontani, che non mi hanno mai abbandonato. E ai miei avvocati, Michele Galasso e Giacomo Francini, professionisti straordinari a cui devo tanto». Passano due anni «pesanti, laceranti, su di me sento dire cose incredibili: sono accusato insieme ad altre persone di pedofilia e pedopornografia, dicono che portiamo i bambini in barca e poi con loro ci appartiamo nelle calette deserte (d’estate?) della Costa Smeralda a fare giochi erotici. Non solo: giriamo dei video e li vendiamo in cambio di denaro ai bagnanti in spiaggia. Roba ripugnante». Il processo proprio per via dei reati contestati si sposta a Cagliari. Ma nel frattempo dalla Corte d’Appello di Sassari arriva il primo segnale positivo: sentenza di primo grado annullata. «Inizio a respirare, guardo Sofia appena nata e penso che forse la verità verrà fuori». Succederà due anni dopo con la prima archiviazione a Torino nel 2019 e poi l’ultima, a Cagliari, il 4 marzo.

Il futuro. Quando la vita cambia così all’improvviso, impari una cosa: «Vietato fare programmi, si va avanti alla giornata godendosi le cose belle. E io ne ho tante. Il calcio è la vita precedente, resta una passione. Ma quel mondo non mi appartiene più. Ora ho un sogno: aiutare chi soffre perché accusato ingiustamente: padri e madri che precipitano nell’inferno come me. Scriverò un libro, penso sia doveroso». Lo farà nella quiete del suo dolce rifugio in Costa Smeralda, bella d’estate ma ancora di più vestita d’inverno.


 

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