«Figlie mie voglio rivedervi: non vi ho mai abbandonate»

La storia di Giovanna, 71 anni, sassarese: «Anna e Luciana adottate con l’inganno». «Ero sola e povera, loro stavano in orfanotrofio, poi me le hanno portate via»

SASSARI. Delle sue figlie le restano le foto da bambine, una con il vestito di Carnevale, un’altra con il tutù. E poi i disegni, le dediche e i “ti voglio bene” custoditi gelosamente in un piccolo album con la copertina gialla e la scritta in rosso “Per te mamma”. Giovanna tira fuori l’album dalla scatola dei ricordi ed è come tornare indietro di oltre 40 anni, quando inseguiva un futuro diverso per lei e i suoi figli. Alla fine degli anni Settanta la vita di Giovanna era scandita dalle visite quotidiane all’orfanotrofio di via Muroni, dove stavano le sue bambine Anna e Luciana. Giovanna poteva tenerle con sé solo il sabato, dormivano insieme in quella stanza piccola che era impossibile chiamare casa. Poi un giorno di fine estate Giovanna andò all’orfanotrofio e le dissero che Anna e Luciana non c’erano più: «Le avevano portate via e nessuno mi ha saputo o voluto dire dove fossero. Le ho cercate tanto, ho bussato a tante porte. Ora sono due donne adulte, Anna compirà 53 anni in agosto, Luciana 51 a luglio. Forse sono madri anche loro. Vorrei sapere come stanno e dire loro che non le ho mai abbandonate». Giovanna Solinas, 71 anni, sassarese, ha voglia di rimettere insieme i pezzi di un’esistenza travagliata, segnata dalle privazioni, dalla mancanza di una vera famiglia alle spalle e da scelte sbagliate. «Non rifarei molte cose, non mi fiderei di tante persone ma verso Anna e Luciana ho provato vero amore. Vorrei poterglielo dire».

L’infanzia e l’adolescenza. Giovanna Solinas nasce in una famiglia di 7 figli, 5 femmine e 2 maschi. La prima casa è nella zona di Serra Secca, poi il trasferimento in un’abitazione popolare a Latte Dolce. «Mia madre lavorava da mattina a sera, faceva le pulizie. Mio padre non ricordo che abbia mai lavorato, stava sempre in giro, non gli importava di noi, non ha mai manifestato affetto. Mia mamma era buona, ma non ho avuto con lei un rapporto madre-figlia, perché eravamo tanti e lei doveva pensare a sfamarci. Ha faticato tanto ed è morta giovanissima: ci ha lasciato a 47 anni, mio fratello più piccolo ne aveva appena 7, io 22. Se n’è andata quando avevo più bisogno di lei». Giovanna torna indietro con i ricordi sino ai primi anni Sessanta. «Mi fecero finire le scuole elementari, poi mi mandarono a lavorare perché a casa servivano soldi. Iniziai a fare quello che faceva mia madre, non avevo alternative». Ancora bambina, Giovanna Solinas diventa una collaboratrice domestica, pulisce case e lava scale. Non c’è spazio per il gioco, tantomeno per lo studio, Giovanna cresce in fretta e brucia tutte le tappe. «Conosco un ragazzo che lavorava in un cantiere vicino a una delle case in cui prestavo servizio. A 17 anni resto incinta di Anna, lui non vuole saperne nulla e sparisce. Mia figlia nasce in ospedale a Sassari il 6 agosto del 1969, io ho 18 anni ma per la legge del tempo sono ancora minorenne: prende il mio cognome e viene registrata all’anagrafe come Anna Solinas». Per poco più di un anno la bambina vive con Giovanna e il resto della sua famiglia. «Poi resto incinta una seconda volta e per alcuni mesi non lo dico a nessuno. Luciana nasce all’ospedale di Ittiri l’8 luglio del 1971: ero andata lì per stare con la mia nonna materna. Anche in questo caso, il padre non vuole saperne e la bimba si chiamerà Solinas». La reazione del padre di Giovanna è diversa, più violenta: «Dice che è una vergogna che una ragazzina come me abbia due bambine e porta Luciana al brefotrofio. Io pochi mesi dopo compio 21 anni e vado via di casa. Lui mi denuncia ai carabinieri ma sono maggiorenne, libera di fare quello che voglio». Purtroppo non di avere le figlie con sè. «Mia madre muore all’improvviso, è un momento durissimo e la mia famiglia va definitivamente in pezzi». Giovanna chiude ogni rapporto con il padre e si trasferisce in una stanza in affitto. «Anna e Luciana sono insieme in orfanotrofio, seguite dai servizi sociali. Io vado a trovarle tutti i giorni, il sabato dormono con me. Le vedo crescere, sono belle e intelligenti, brave a scuola. E affettuose: mi dedicano poesie e disegni, tanti “ti voglio bene”. Aspetto con ansia il momento in cui potrò avere una casa abbastanza grande e soldi sufficienti. Poi all’improvviso scopro che quel giorno non arriverà mai».


Il distacco. I ricordi si spostano ai primissimi anni Ottanta. «Dall’orfanotrofio mi dicono che c’è la possibilità di mandare le bambine in vacanza: una famiglia le può ospitare per un mese, forse due, a Marsiglia. Serve la mia autorizzazione. Penso che non potrei mai offrire loro una vacanza e mi sembra ingiusto negare questa possibilità: voglio che Anna e Luciana si divertano, facciano amicizie. Firmo e acconsento». A fine estate Giovanna ritorna all’orfanotrofio e chiede delle bambine. «Non ci sono – mi dicono – non sono tornate. Stesso ritornello il giorno dopo e molti altri ancora, sino a quando viene fuori la verità: Anna e Luciana vivono con un’altra famiglia». Invano Giovanna cerca di scoprire dove siano, ma si scontra con un muro di silenzio e resistenza. È sola e senza mezzi, scalfirlo è impossibile. «Una suora ha pietà di me, mi consegna un album con i disegni di Anna, alcune foto, in una lei e Luciana sono insieme. È tutto quello che ho di loro».

1985. Le sue domande sono ancora senza risposta quando Giovanna riceve una lettera dal tribunale dei minori di Cagliari: «C’è scritto che Anna e Luciana sono state adottate». Insieme al marito Giovanni Angelo, che le resterà accanto sino alla morte l’anno scorso, Giovanna decide di vederci chiaro: «Penso che non sia tutto perduto, la mia situazione è cambiata e sono in grado di badare alle bambine». Quando va a parlare con il giudice del Tribunale dei minori, lui si complimenta: “Signora, ha fatto bene a firmare a favore dell’adozione. Mi compiaccio, è stata la scelta giusta per le sue figlie”. «Dico che io non ho firmato niente, non voglio che siano adottate. E scopro che l’autorizzazione alla quale si fa riferimento era per la vacanza a Marsiglia. Mi rendo conto di essere stata ingannata, chiedo di vedere Anna e Luciana per sentire dalla loro bocca che preferiscono stare con altre persone e non con me». Non accade nulla, gli appelli cadono nel vuoto.

La vita dopo. Giovanna Solinas va avanti con la sua vita, ha altri figli e arrivano i nipoti: «Ne ho 8, e anche un pronipote. Ma mi sento incompleta». La ricerca di Anna e Luciana non si è fermata: da uno stato di famiglia storico Giovanna viene a scoprire il loro nuovo cognome, è lo stesso perché sono state adottate insieme. Trova diversi contatti telefonici, uno in particolare sembra essere quello giusto: «Chiamo ripetutamente, chiedo di loro e dall’altra parte chiudono. Poi quel numero smette di squillare. I miei figli fanno ricerche sui social ma a un certo punto si arrendono. Mio figlio fa un po’ di resistenza: ha paura che Anna e Luciana mi respingano e che io soffra ancora di più. Anche io ho questo timore: una mia nipote aveva contattato la trasmissione tv della De Filippi “C’è posta per te” ma mi sono tirata indietro. Non so che cosa ricordino e che cosa sappiano di me. Non voglio stravolgere la loro vita». Giovanna Solinas è una persona riservata e quando apre la porta della sua casa non accetta di essere fotografata: racconta la storia nei dettagli, mostra le foto delle figlie da bambine. Sua sorella Vannina la sta aiutando: ha pubblicato un appello sul gruppo Fb “Ti cerco, appelli di persone che cercano le loro origini e i propri cari” con centinaia di condivisioni. «Voglio che Anna e Luciana sappiano che non le ho abbandonate. La mia vita è stata complicata. Ma a loro ho voluto bene, gliene voglio ancora. Se vorranno parlare o incontrarmi, io le aspetto, sono qui».
 

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