Donne discriminate da altre donne

Una donna che è contro le donne. Una donna di potere, la stilista Elisabetta Franchi, che si definisce imprenditrice, madre, moglie, animalista, e dall’alto dei suoi 127 milioni di fatturato, 87 boutique nel globo, 300 collaboratori e un quartier generale di 6 mila metri quadri, ammette che nella sua azienda le posizioni che contano le affida agli uomini.  

Lo fa in un’intervista in cui dice che gli uomini non inficiano l’efficienza con improvvise gravidanze –, e a poche donne tutte sopra gli “anta”, perché sono “ragazze cresciute che hanno già fatto tutto (sposarsi, figliare, separarsi), le prendo che hanno fatto già i 4 giri di boa, sono lì belle tranquille che lavorano al mio fianco 24 ore su 24”. Aggiunge che comunque le donne hanno il dovere scritto nel DNA di fare figli, hanno delle responsabilità, tutte quelle che quei bambinoni mai cresciuti degli uomini non sono in grado di prendersi. Che vogliamo farci, in Italia è tutta colpa dello Stato.

In pratica, prima carica le ragazze del dovere moralistico di portare avanti la specie, e poi le punisce perché hanno la velleità, nel frattempo, di voler fare carriera. Non c’è niente di peggio di una donna che, ebbra della propria “riccanza”, si adegua al sistema maschiocentrico, ne prende atto passivamente, lo rafforza per trarne vantaggio, lo perpetra, anzi lo incarna fisicamente, una donna che le donne le “prende” e le “mette” dove dice lei perché ha lo scettro del comando e se ne vanta davanti all’intervistatrice ammirata e alla platea acquiescente.

Sono spaventosi il sotteso uso utilitaristico dell’essere umano e l’idea sessista di considerare la lavoratrice ideale un po’ schiava e un po’ robot, “bella tranquilla” 24 ore su 24, specie se a sproloquiare è una donna che dichiara di essersi fatta da sola in un mondo di uomini (in fondo però non è stato così difficile passare dalla bancarella alla boutique dato che il primo marito, un noto imprenditore del settore, è stato il suo sponsor). Al diavolo un secolo di lotte sindacali e battaglie per la parità di genere; di welfare e conciliazione dei ruoli nemmeno a parlarne.

In questo mondo che sembra aver innestato la retromarcia – basti pensare alla legge contro l’aborto pronta a passare in 25 Stati americani e al ritorno del burqa in Afganistan – non avevamo bisogno delle castronerie insultanti e contraddittorie di una stilista che ama esibire la sua famiglia su Instagram, ma che non perde di vista il profitto neanche per un istante. È contraddittoria quando ammette in azienda il dog hospital per i dipendenti e i loro animali, ma non ci pensa a istituire un asilo per le mamme lavoratrici; oppure quando dice di assumere solo donne sopra gli “anta” perché prive ormai di una vita privata da esprimere, quando lei stessa si è sposata e ha partorito dopo i quarant’anni.

Ma del resto, a due giorni dal cesareo programmato, Elisabetta Franchi era già in ufficio col suo bagaglio di punti e incommensurabile spirito di sacrificio. È la sindrome della super donna – colpisce le donne che si credono superiori al genere maschile e modello irraggiungibile per le altre donne – che nutre un’idea distorta dell’essere una madre lavoratrice. Subissata da una tempesta di critiche, la stilista ha pensato bene di correggere il tiro sottolineando che l’80% dei suoi dipendenti sono donne: “le mie parole sono state fraintese e strumentalizzate”. Il video dell’intervista è tuttavia inequivocabile, la ritrattazione è una comodità ammessa ma non accolta.

Sono convinta che i singoli individui, quando sono illuminati da ideali, possano fare la differenza, anche quando il sistema sembra non lasciare margini di libertà: lo ha fatto Luisa Spagnoli nel 1927, quando ha istituito in azienda il primo asilo nido della storia, o donna Francesca Sanna Sulis nel 1700, quando ha offerto lavoro e un telaio a più di 700 sarde perché si rendessero indipendenti.

Altri tempi, altre imprenditrici.




 

WsStaticBoxes WsStaticBoxes