La Nuova Sardegna

Intervista

Schillaci: «Le liste d’attesa si possono abbattere anche in Sardegna, ma occorre l’impegno di tutti»

di Giuseppe Centore
Schillaci: «Le liste d’attesa si possono abbattere anche in Sardegna, ma occorre l’impegno di tutti»

Il ministro della Salute parla della sua azione di governo: «Ho chiesto ai carabinieri del Nas controlli specifici sulla intramoenia»

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Cagliari Il ministro della Salute Orazio Schillaci concluderà oggi, venerdì 10, la sessione della scuola di politica promossa dai Riformatori sardi. Schillaci, già preside della Facoltà di Medicina e poi rettore dell’università di Tor Vergata, era arrivato al comitato scientifico dell’istituto superiore di Sanità, a seguito della nomina del ministro Roberto Speranza, suo predecessore. Scelto da Giorgia Meloni per un dicastero delicatissimo, soprattutto dopo la fase della pandemia, Schillaci si è trovato a gestire la fase finale degli interventi sulla sanità legati al Pnrr. Finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale in crescita, se si guarda ai valori assoluti, ma non al dato reale che è quello in base al Pil, in costante calo; rinnovi contrattuali; liste d’attesa; potenziamento della sanità territoriale, telemedicina e assistenza domiciliare, i temi su cui si è concentrata l’azione del ministro. In questa intervista Schillaci risponde ad alcuni punti focali e traccia il percorso della sua azione di governo per i prossimi mesi.

Ministro, da tempo si parla di costituire le condizioni per rendere la professione del medico di famiglia una vera e propria specializzazione. L’impegno assunto dal governo di trasformare il percorso formativo del medico di medicina generale in una vera e propria specializzazione universitaria dovrebbe rendere la professione più attrattiva. Quali sono le tempistiche per questa riforma?
«La medicina generale soffre di carenza di medici legata in primo luogo all’età dei professionisti, molti stanno andando in pensione, e anche a una questione vocazionale. Spesso la medicina generale è una seconda scelta per i neolaureati che preferiscono Scuole di specializzazione percepite come più attrattive. Eppure, sappiamo quanto sia strategico il ruolo del medico di famiglia all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. Proprio per rendere più attrattiva la professione, il disegno di delega di riordino delle professioni sanitarie, che è all’esame del Parlamento, prevede l’istituzione della Scuola di specializzazione che non solo migliora il percorso formativo ma permetterà di pagare di più i contratti rispetto alle attuali borse di studio. Siamo tutti consapevoli della necessità di garantire alla medicina generale una formazione adeguata, anche alla luce delle innovazioni tecnologiche, al pari delle altre specializzazioni mediche».

In questi anni sono stati sottoscritti dalle Regioni diversi protocolli con altri stati per portare nella nostra sanità medici e infermieri stranieri. Una scelta che lei ritiene ormai strutturale o solo legata all’emergenza? Nei mesi scorsi ha definito la carenza di infermieri come “la vera emergenza”, annunciando fondi per 6 mila assunzioni. Come si può rendere la professione più attrattiva in Italia?
«Insieme alla Federazione degli Ordini degli infermieri abbiamo lavorato per l’istituzione di tre nuove lauree magistrali specialistiche per gli infermieri. A ciò si aggiungono le misure adottate per l’aumento delle indennità di specificità, la detassazione degli straordinari e la possibilità di esercitare la libera professione prorogata fino a dicembre 2027. Sappiamo che c’è una carenza di personale infermieristico, che non nasce oggi, ma a cui per la prima volta è stata posta attenzione concreta per restituire attrattività a una professione essenziale soprattutto in presenza di bisogni di salute sempre più socio-sanitari».

Liste d’attesa: la legge funziona o no? Lei ha dichiarato di recente che “dove la legge è applicata il trend è positivo”, ma ha riconosciuto una persistente disomogeneità regionale. Come rimediare?
«Il rimedio è nell’applicazione delle norme che abbiamo varato con largo consenso. Sono aumentate le prestazioni, molte strutture ora sono aperte anche nel weekend e si fa un uso più equilibrato della libera professione nelle strutture pubbliche. Ammetto, ma è quasi scontato che il miglioramento non sia dappertutto. Noi facciamo la nostra parte sia nell’assistere chi vuole migliorare che nell’intervenire con ispettori e Nas quando le situazioni sono indegne. Come ha detto recentemente anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, serve la collaborazione di tutti».

Uno dei temi più sentiti dal cittadino paziente è il muro che ci si trova davanti ai tempi delle prestazioni che improvvisamente viene abbattuto se si ricorre all’intramoenia. Quali strumenti concreti il governo intende adottare per impedire che l’intramoenia diventi sistematicamente una corsia preferenziale per chi può pagare?
«La legge sulle liste d’attesa è chiara su questo punto: il direttore generale dell’azienda deve garantire e vigilare che l’attività in intramoenia non superi quella che il servizio pubblico deve assicurare nell’erogare visite ed esami. Non è un caso se nell’ultima campagna dei Nas ho chiesto controlli specifici sull’intramoenia. Detto ciò, l’azienda deve garantire i controlli e, se questo non accade, la Regione dovrebbe prendere provvedimenti. I direttori generali sono nominati dai vertici regionali e, anche volendo, il Ministero non può intervenire direttamente».

Lei ha puntato nelle richieste di rinegoziazione del Pnrr alla Ue su digitalizzazione e telemedicina (ottenendo 500 milioni). Pensa che questo possa essere uno strumento da rafforzare, soprattutto nelle regioni che devono recuperare in prestazioni e servizi?
«Certo. Questi fondi vanno destinati alle Regioni che hanno l’obbligo di spenderli per garantire continuità assistenziale, soprattutto nelle aree interne e in quelle disagiate. Le nuove tecnologie che rappresentano uno strumento importante per una più efficace dei pazienti cronici. Ritengo che le Regioni abbiano tutto l’interesse a investire nella sanità digitale e il Ministero sta dando tutto il supporto necessario alle amministrazioni che incontrano difficoltà».

Tra le inattese eredità del Covid, l’impatto che la pandemia ha avuto sulla salute mentale: il nuovo Piano basta? La domanda post-pandemica è esplosa, e arriva dopo anni di “disinteresse” per quest’ambito. Quali le iniziative più significative nel nuovo piano?
«Questo piano arriva dopo 13 anni di vuoto e abbiamo assicurato che abbia finanziamento adeguati, anche per le assunzioni di personale. È un provvedimento che punta a rafforzare i servizi attraverso il Dipartimento unico integrato, introduce lo psicologo di base, promuove la cultura della salute mentale che contrasti lo stigma e sostiene una maggiore integrazione dei servizi in ottica multidisciplinare».

Chiudiamo con la prevenzione, ambito più importante, ma regolarmente cenerentola sul fronte delle risorse. La quota del Fondo sanitario nazionale destinata alla prevenzione rimane storicamente al di sotto del 5%. Come elevare questo dato?
«Abbiamo stanziato risorse cospicue per la prevenzione nell’ultima legge di bilancio di cui 238 milioni annui per potenziare, tra l’altro, gli screening oncologici del cancro alla mammella e al colon-retto e ulteriori risorse per rafforzare le attività di promozione dei corretti stili di vita. Sono fondi strutturali che già permettono di aumentare la spesa in prevenzione. Le Regioni dovranno fare la loro parte anche in questo campo».

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