Carlo Masala, massimo esperto militare in Germania: «Da bambino mi chiedevano “ma tu sei uno di quelli che taglia le orecchie?”»
Originario di Muros nel Sassarese, vive a Colonia: «Ho vissuto i pregiudizi sui sardi. Oggi racconto le guerre in tv»
In Germania è considerato il massimo esperto militare e il suo volto compare sempre più spesso nei talk show in onda sui fernsehsender tedeschi, i canali televisivi dove ormai è di casa. Tutto è iniziato quando ha pubblicato il libro intitolato “Weltunordnung: Die globalen Krisen und die Illusionen des Westens” (Disordine mondiale: Le crisi globali e le illusioni dell'Occidente, ndr). Da quel momento il suo nome si è fatto strada ed è diventato pubblico. Anche se, in effetti, non ha nulla di tedesco. Carlo Masala è nato a Colonia ma è cresciuto in Sardegna, dove ha vissuto la sua infanzia, e ritorna nella “sua” isola ogni volta che sente la necessità di staccare dagli impegni che derivano dalla cattedra di politica internazionale all’Università della Bundeswehr di Monaco e del legame con l’Università Ludwig Maximilian di Monaco.
Masala, la sua famiglia è originaria di Muros.
«Sì, la parte di mio padre. Abbiamo patenti anche Cargeghe, mi fa piacere ricordarlo. Lui è emigrato in Germania nel 1958 e ha conosciuto madre, che è austriaca».
Lei infatti è nato a Colonia.
«Nel 1968. Un anno dopo, però, la mia famiglia è ritornata a Muros dopo la morte di mia nonna ed è rimasta in Sardegna per diversi anni».
Cosa ricorda di quel periodo?
«Tante cose. La mia famiglia prima di tutto, i miei cugini e la zia che mi accudiva mentre mia madre lavorava. Poi il cibo e le spiagge. Sono ricordi bellissimi per un bambino perché potevo stare sulla strada, tutto il paese sapeva che io ero un Masala. Era un luogo sicuro. La vita a Colonia era molto diversa, parliamo di una città con un milione di abitanti».
Parla molto bene l’italiano. Se la cava anche con il sardo?
«Sono cresciuto parlando l’italiano, il tedesco e il sardo. Adesso capisco la lingua sarda ma la mia abilità nel parlarla è diminuita molto nel tempo. Ho poche occasioni per fare pratica nonostante ritorni spesso in Sardegna, a volte a Muros, a volte ad Alghero».
Cosa ricorda di quando ha lasciato l’isola per trasferirsi in Germania?
«Le cose banali che può ricordare un bambino. La neve, ad esempio. Non l’avevo mai vista e non sapevo che Colonia fosse un luogo in cui nevicava».
Non ha solo ricordi positivi di quel periodo.
«È così. Negli anni ’70 gli italiani e gli spagnoli erano la maggior parte degli immigrati. Per i tedeschi quello dell’immigrazione era un fenomeno nuovo, non sapevano come confrontarsi con le persone che arrivavano da altri Paesi e spesso capitavano episodi di discriminazione o di esclusione».
Ne ricorda qualcuno?
«Quando siamo ritornati in Germania facevo le scuole elementari e ricordo di essere stato invitato a casa del mio compagno di banco, forse per fare i compiti o per giocare. Una volta a casa sua bussai alla porta e aprì il padre che mi chiese chi fossi. Così mi presentai: “Sono Carlo Masala”. Lui, senza alcuna remora mi disse “Ah, tu sei il sardo. Quelli che...”. Ehm, come si dice in italiano “those who cut off ears”?.
Quelli che tagliano le orecchie.
«Esatto, mi disse così. Rimasi interdetto e chiesi a mia madre se fosse vero, se noi sardi fossimo davvero “quelli che tagliano le orecchie”. Purtroppo era questa l’immagine che i tedeschi avevano della gente che arrivava dal sud Italia, per loro erano tutti mafiosi, sequestratori o banditi».
Oggi però lei è uno dei maggiori esperti militari in tutta la Germania. Qual è stato il suo percorso? «Potrei dire che ho studiato, tanto. Nel mio percorso di studi ho incontrato un professore specializzato nelle politiche di sicurezza e mi sono interessato all’argomento. Da allora mi occupo di questi temi e ormai sono passati 34 anni».
Nel frattempo è diventato un volto noto in Germania.
«Diciamo così. All’inizio della guerra in Ucraina sono stato invitato ad alcuni talk show televisivi e in qualche maniera sono diventato un personaggio pubblico».
Dal punto di vista del suo lavoro non è cambiato molto.
«No, quando vengo intervistato non faccio niente di diverso da quello che faccio sempre. Prima parlavo e spiegavo le mie conclusioni ad un piccolo gruppo di specialisti e non mi conosceva nessuno, ora invece vado in tv».
Come riesce ad essere aggiornato su temi complicati come quelli legati alle guerre?
«Ho buoni contatti con l’establishment delle politica di sicurezza in tutta Europa».
Contatti che ha sfruttato per il suo bestseller.
«Certo. Ho pubblicato “Disordine mondiale: le crisi globali e l'illusione dell'Occidente” nel 2016 e ormai siamo arrivati alla decima edizione. Diciamo che da allora però sono accadute diverse cose».
Partiamo dall’Ucraina. L’escalation in Medio Oriente ha distratto l’occidente dal conflitto tra Mosca e Kiev che comunque prosegue. Cosa pensa che possa accadere?
«Dico che la Russia non ha alcuna intenzione di terminare la guerra, pensano di vincere. In realtà nell’ultimo periodo l’esercito ucraino performa meglio di quanto non abbia fatto nell’ultimo anno e mezzo, non sono vicini al collasso. Il problema è che gli Stati Uniti sono occupati in Medio Oriente e che ogni discorso diplomatico è finito in un vicolo cieco».
Crede sia possibile ipotizzare una data per la fine del conflitto?
«Molto difficile. Sono convinto che non finisca entro quest’anno».
Qual è secondo lei l’obiettivo di Putin?
«All’inizio voleva tutto, pensava di conquistare l’Ucraina anche piuttosto velocemente. Adesso vuole il Donbass e il mantenimento del resto del territorio che occupa con le sue truppe. Putin però vuole distruggere l’Ucraina come nazione indipendente e non credo che sia disposto ad accantonare questo obiettivo, anche se dovesse impiegare altri due o tre anni proverà comunque a conquistare tutta la nazione».
Cambiando scenario, cosa pensa del conflitto in Medio Oriente?
«Sono convinto che Trump adesso sia impegnato a cercare una via di fuga del conflitto. Il problema è che non la trova. Da una parte deve dire agli americani e al movimento Maga (Make america great again, ndr) che ha vinto la guerra e dall’altra non può terminarla senza ottenere risultati».
Quali?
«La riapertura dello stretto di Hormuz e la dismissione del programma nucleare iraniano. Il problema è che l’Iran non sembra disposto ad accordare né uno né l'altro».
In questo scenario globale sempre più complicato, qual è il ruolo riservato alla Sardegna?
«La Sardegna è un territorio molto importante strategicamente per l’Europa perché è vicino all’Africa del Nord. Poi ci sono le basi militari che la rendono una pedina fondamentale nello scacchiere geopolitico».
Un aspetto, quello delle servitù militari, che non piace tanto ai sardi.
«Lo immagino e lo capisco ma le basi sono comunque molto importanti per la Nato».
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