Case di cura abusive, due psichiatre dal gup

Prosegue l’udienza preliminare per quindici imputati tra medici e dipendenti della coop Pitzinnos

SASSARI. Nessuna casa di cura abusiva ma semplici alloggi presi in affitto dagli inquilini con fondi propri e con l’assenso degli amministratori di sostegno e, per alcuni casi, dei giudici tutelari. Davanti al gup di Sassari prosegue la difesa degli imputati nell’udienza preliminare che vede 15 persone accusate di reati che vanno dall’abuso d’ufficio all’esercizio abusivo della professione, dal falso ideologico e materiale all’abbandono di incapaci, dalla truffa al favoreggiamento. Si tratta di psichiatri del Centro di salute mentale dell’Asl, infermieri, assistenti sociali, presidente e dipendenti della cooperativa Pitzinnos di Sassari.

L’inchiesta era stata aperta nel 2010 dal sostituto procuratore Giovanni Porcheddu per far luce su una vicenda che riguardava due appartamenti trasformati, secondo la magistratura, in strutture sanitarie residenziali per pazienti psichiatrici, non autorizzate e senza le condizioni di sicurezza. Case di cura abusive, per dirla in sintesi. I due alloggi di via Nizza 29 e via Savoia 55 (sequestrati a luglio del 2011 e subito dopo dissequestrati) erano stati presi in affitto da nove persone – reduci da percorsi di cura psichiatrica – messe assieme per avviare un progetto di responsabilizzazione e reciproco aiuto, sotto lo sguardo del personale della cooperativa Pitzinnos e sulla base di un piano concordato con il Centro di salute mentale. Il personale della cooperativa aveva dato vita alle due residenze con il benestare dell’ex responsabile del Centro di salute mentale Asl Antonello Pittalis e dei colleghi psichiatri Fabio Mario Fara, Maria Elena Lentinu e Maria Angela Marras. La magistratura accusa però i medici della Asl di aver indirizzato in quelle case pazienti seguiti dal Centro di salute mentale, «per dare alla cooperativa un vantaggio ingiusto, procurandole in questo modo il pagamento delle rette mensili». Case di civile abitazione, invece, per la difesa degli imputati, «dove nessuno praticava terapie e dove i dipendenti della coop Pitzinnos (pagata sempre con soldi dei pazienti) andavano per insegnare loro a cucinare, per fare la spesa o comunque per prestare un’assistenza nei bisogni quotidiani e non certo per somministrare medicinali». Davanti al gup Carla Altieri giovedì si sono sottoposte a esame le psichiatre Lentinu e Marras (assistite dagli avvocati Elias Vacca e Nicola Satta), Maria Luisa Quinzio (dipendente della coop assistita da Pierluigi Carta) e l’assistente sociale del Csm Rina Cadau (difesa da Gianuario Mugoni). Ha poi reso dichiarazioni spontanee la presidente della cooperativa, Silvia Pilia, assistita dal suo legale Pasqualino Federici. Dichiarazioni unanimi: nessuna terapia veniva somministrata perché quelle persone avevano già concluso il percorso di cura.

Semplicemente i servizi sociali proponevano loro di coabitare e dividere le spese per le pulizie, per le badanti, per altri servizi come acquisto di medicinali e generi alimentari. E non ci fu alcun tentativo, secondo la difesa, di persuadere i familiari a ingaggiare Pitzinnos per i servizi alla persona. (na.co.)

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