Un disagio che si trasforma in violenza

Il giudice Gavino Casu: «Gli adolescenti cercano emozioni forti, come fossero dentro una playstation in un mondo virtuale»

SASSARI. Le esplosioni di violenza da parte di giovanissimi non sono una novità per il tribunale dei minori. Indubbiamente gli episodi appaiono concentrati sia dal punto di vista temporale, sia da quello geografico, ma questo non porta a parlare di recrudescenza del fenomeno. Gavino Casu è giudice del Tribunale dei minori e fino a qualche mese fa era presidente reggente. Da nove anni di occupa di adolescenti e preadolescenti di ogni ceto sociale, dai ragazzi problematici a quelli che hanno commesso gravi reati. E tutti (o quasi) hanno un denominatore comune: un forte disagio familiare sul quale si innesta un distacco dal mondo reale riconducibile al mondo virtuale, da quello dei videogiochi e quello dei social network. «Si può ipotizzare che fra i giovani e giovanissimi si stia facendo strada l’idea che una serata, accompagnata da abuso di alcol o oltre sostanze, debba completare con forti emozioni. E poco importa se questo significa aggredire, picchiare qualcuno. Non si rendono conto di arrecare sofferenza agli altri. Come nei video giochi rimangono nell’ambito virtuale, sempre dentro una playstation».

In questi casi il mondo della scuola può fare ben poco poiché, spesso, gli insegnanti sono demotivati. E i ragazzi sembrano disinteressati a quello che accade intorno a loro. «Noi del Gruppo Giuridico Norberto Bobbio andiamo spesso nelle scuole per un’iniziativa sull’educazione alla legalità – racconta Gavino Casu – ma le (poche) domande che ci fanno i ragazzi, sembrano più riguardare situazioni familiari, che un reale interesse per quello che facciamo con i ragazzi che finiscono nei guai».

Ma tutto nasce in famiglia, con i genitori che lavorano, lasciando i ragazzi a scuola e nel doposcuola, senza che fra figli e genitori ci sia un dialogo reale. Si accende il televisore e via. «Invece dobbiamo ascoltare e farci ascoltare – suggerisce Gavino Casu – ma senza perdere la nostra autorevolezza, che non vuol dire autoritarismo. Le nuovissime generazioni sono disorientate, spetta alle famiglie aiutare questi ragazzini, spesso poco più che bambini».

In un quadro così deprimente, le istituzioni come il Tribunale dei minori interpretano un ruolo importante. «Quando non ci scontriamo con le difficoltà burocratiche – è il commento del magistrato –: qui non ci possiamo lamentare ma i rapporti con le altre istituzioni sono spesso difficili. Io non posso lavorare tre giorni a un provvedimento urgente che poi viene notificato in 10-12 giorni. Stiamo parlando di minori che in quel lasso di tempo fanno quello che vogliono. La repressione? A volte funziona, qualcuno piange, altri si spaventano quando arrivano al centro di prima accoglienza di Quartucciu. Ma il nostro compito principale è quello che punta al recupero del minore e non quello di sbatterlo in cella».

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