Sfuma il sogno della famiglia rom

I vigili urbani hanno notificato l’ordinanza di sgombero. E la coppia con otto bambini potrebbe tornare in un campo

SORSO. Il sogno di Zoran e Vesna di acquistare con i propri risparmi più un piccolo contributo dell’Unione europea un fazzoletto di terra per viverci assieme ai loro otto bambini, potrebbe infrangersi prestissimo. E il fatto che siano di etnia rom non sembra purtroppo un dettaglio. Ieri mattina, così come del resto era previsto, i vigili urbani sono andati a trovarli a Baddi Caddogia, nelle campagne di Sorso, per notificare al capofamiglia l’ordinanza di sgombero dell’autocaravan e delle altre «strutture organizzate come abitazione». Un provvedimento emesso giovedì sera dal sindaco Giuseppe Morghen e motivato da questioni igienico-sanitarie (la Asl ha rilevato che al momento mancano acqua, elettricità, rete fognaria), urbanistiche (le roulotte sono considerate un abuso edilizio), ma anche di ordine pubblico (si temono le conseguenze di un allarme dei residenti). Così, anche se l’Asce, l’Associazione sarda contro l’emarginazione, si riserva di fare ricorso, alla giovane coppia sono stati concessi pochi giorni per sloggiare. Prospettive? Ora come ora la più probabile sembra quella che finiscano in un campo nomadi simile a quello di Fertilia, che hanno lasciato ventidue giorni fa con la speranza di diventare agricoltori.

Xenofobia. Al di là degli aspetti burocratici e sanitari, probabilmente risolvibili (l’Enel sarebbe pronta a portare la corrente elettrica, poi era previsto l’ arrivo di un bagno chimico e di una capiente cisterna d’acqua), la verità - che peraltro nessuno a Sorso nasconde - è che da queste parti dove la gente è molto accogliente i rom non sono graditi. Nemmeno quando si presentano nella forma più innocua: una bella famiglia desiderosa di integrarsi. E per capirlo non c’è bisogno di scorrere la raccapricciante e sgrammaticata pagina Facebook dal titolo “No all’accampamento degli zingari a Sorso”, dove si passa come se niente fosse da commenti come «zingari uguale ladri e assassini» o «intanto ce li siamo trovati nelle scuole» sino alle nostalgie dei lager nazisti e dei manganelli. No. Per rendersi conto che la xenofobia non è soltanto virtuale basta girare una mattina nelle strade della cittadina della Romangia e chiedere il parere delle prime persone che incontri. «Ognuno a casa sua», taglia corto William, 19 anni, disoccupato, mentre passeggia accanto alla moglie con un figlio in arrivo. «Se ne devono andare subito, tanto qui vengono soltanto a rubare», aggiunge Amos, 25 anni, anche lui senza lavoro. Opinioni condivise pure da chi fa parte di un’altra generazione. «Bisogna mandarli via tutti, non m’interessa che mi definiscano razzista», tuona Antonietta, 74 anni. Ma a lasciare a bocca aperta è il commento di Gavina, 78 anni, molti dei quali passati in Svizzera in compagnia del marito, emigrato per fare il carpentiere a Ginevra. «I rom non li vogliamo», ripete, nonostante poi ammetta di aver vissuto sulla sua pelle il dramma della discriminazione.

Tegole. Il sindaco Giuseppe Morghen è molto cordiale, ma la sua ordinanza - anche se supportata da articoli di legge e certificazioni della Asl - sa tanto di provvedimento preso per non avere seccature. «In effetti - spiega - ci è piovuta una tegola addosso e io non potevo far altro che quello che ho fatto. Però una cosa voglio precisarla: non è assolutamente vero che il Comune fosse al corrente dell’arrivo della famiglia rom, e denuncerò chiunque affermi il contrario. Noi abbiamo appreso tutto per le lamentele dei vicini. Comunque si tratta di persone ufficialmente residenti ad Alghero, quindi ad occuparsene dovranno essere i Servizi sociali di quella città». Secondo i dati dell’Ufficio anagrafe, a Sorso risiedono 262 cittadini stranieri su una popolazione di 14.730 abitanti. La comunità più numerosa è quella romena, composta da 80 persone a quanto pare perfettamente integrate. Mentre i sorsensi che dal 2013 sono partiti per cercare lavoro all’estero sono esattamente 496.

Sconforto. Inutile dire che l’arrivo degli uomini in divisa ha gettato la famiglia rom nello sconforto. E per la prima volta i bambini non sono andati a scuola. «La cosa che più mi ferisce - rivela Vesna - è che nessuno degli insegnanti ci abbia dato un segno di solidarietà. Neanche una telefonata. Non abbiamo fatto del male a nessuno e volevamo far crescere i nostri bambini in un bel posto. Ma lo giuro: noi non finiremo in un altro campo nomadi».

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