Sassari, morto Pupo Troffa: l’odissea del suo sequestro nel 1978

Pupo Troffa durante la sua intervista alla Nuova Sardegna nel 2007

Fu vittima e testimone della stagione più violenta della criminalità nell’isola. Rilasciò alla Nuova una delle sue poche interviste dopo il rilascio di Titti Pinna

SASSARI. Discreto e misurato per tutta la vita, riservato persino nella morte. Così se n'è andato, lontano da ogni clamore, Salvatore "Pupo" Troffa. A 87 anni l'imprenditore dal novembre 1978 per 8 mesi prigioniero dell'Anonima ha scelto di far celebrare i suoi funerali alla presenza dei familiari e di pochi intimi.

Il personaggio. Ma chi era Troffa? E per quale motivo è importante rievocare la drammatica stagione della quale è stato vittima? In qualche modo a dare risposta a questi interrogativi era stato lui stesso. L'aveva fatto in una delle poche interviste. Era la primavera del 2007. L'isola festeggiava la liberazione di Titti Pinna, ultimo ostaggio dell'Anonima dopo Silvia Melis: segno di un crimine tramontato, almeno tra le file della nuova delinquenza organizzata.

Dichiarazioni. «A volte dietro un rapimento non ci sono solo i soldi com'è stato nel mio caso»: questo uno dei suoi commenti. «In certe situazioni si vuole distruggere un'attività concorrente o magari impadronirsene in maniera indiretta», l'ulteriore chiarimento. Valutazioni attente, analitiche: fatte da chi si è sforzato di capire il fenomeno e i suoi tortuosi processi, non sempre riconducibili a un'unica matrice. Soprattutto in un periodo come l'anno della sua liberazione, il 1979, quando nelle mani dei banditi si ritrovarono contemporaneamente 18 ostaggi solo in Sardegna. Un numero che oggi appare addirittura incredibile. E che invece in quegli anni - vennero rapiti Fabrizio De Andrè, Dori Ghezzi, bambini, ragazzi, un'intera famiglia inglese, industriali stranieri e italiani in Costa Smeralda - figurava come una delle tante cifre nelle statistiche sulla criminalità.

Pupo Troffa dopo il ritorno a casa: era rimasto in ostaggio per 243 giorni

Commenti. Del suo rapimento, comunque, molto più tardi Pupo Troffa parlava con pacatezza. Il blitz del commando d'incappucciati, nel centro di Sassari, sotto la sua casa, lo aveva portato in Barbagia sotto la minaccia delle armi. Lontano dai suoi cari, per 243 giorni, appena 8 giorni meno di quelli patiti da Pinna: anche lui legato e bendato, anche lui tenuto con una catena al collo. Poi erano arrivati gli arresti. I dibattimenti nelle aule giudiziarie a carico di diversi sospettati. Qualche condanna. Le udienze d'appello. Le conclusioni in Cassazione. A ogni modo, nessuna possibilità di recuperare neanche in parte il riscatto: un miliardo di lire dell'epoca, grosso modo 4 milioni di euro.

Il riscatto. Alla fine degli anni ’70, Troffa era un uomo d'affari più che benestante. Vicepresidente e co-azionista della società Traghetti del Mediterraneo, ora da tempo non più in attività. Proprietario di 500 ettari nella parte meridionale della Nurra. Distributore della birra Peroni per quasi tutta la Sardegna. Dopo il rilascio, aveva dovuto vendere beni e altre proprietà. Tutto per pagare i debiti contratti dalla famiglia (le trattative furono condotte dal fratello Daniele, medico, scomparso molto prima di lui) con gli amici che l'avevano aiutata a mettere insieme l'ingente somma. Un riscatto pagato in due tranche: 900 milioni per la sua liberazione, altri 100 per quella dell'uomo di fiducia Giovanni Piredda, che aveva preso il suo posto nelle fasi terminali della vicenda.

Gli accordi. Uno scambio all'epoca consueto. Quasi un'assicurazione reciproca di garanzie incrociate. Ma tutto questo avveniva in un momento così convulso - tra ostaggi che venivano liberati o trattenuti, e qualcuno ucciso - che il traffico d'intermediari nel Centro Sardegna era diventato febbrile, frenetico. Tanto che a volte le bande e gli emissari rischiavano di mescolarsi dando luogo a equivoci o ambiguità nella gestione dei contatti decisivi.

Frammenti di memoria. Dal momento del rilascio, a ogni modo, Troffa aveva cercato di dimenticare la terribile esperienza, vivendo con la moglie, dopo il matrimonio dei figli, sempre nella stessa casa dove l'Anonima gli aveva teso la micidiale trappola. Di mattina continuava a coltivare la passione di un'intera vita: l'amore sconfinato per la campagna che lo portava quasi ogni giorno nei suoi possedimenti di Prato Comunale. La sera incontrava gli amici per l'immancabile partita a bridge. Non gli piaceva riparlare del suo rapimento, ma in quell'eccezione fatta all'indomani della libertà riconquistata dall'allevatore di Bonorva non aveva mancato di notare: «Il mondo nel quale sono vissuto è sempre stato Sassari, la città, il contesto urbano. I miei rapitori, anche quelli che frequentavano il capoluogo, erano nella sostanza tutti barbaricini: persone che non avevano con me comunanze d'interessi, neppure lontane o indirette. Durante la prigionia ho evitato ogni contatto. Loro, a volte, cercavano di stabilire un rapporto. Scherzavano: "Ci racconti qualche barzelletta", mi diceva uno ogni tanto. Rispondevo sempre che non avevamo certo di che ridere assieme».

Il ricordo. E poi, ancora: «In una delle diverse prigioni dove quali sono stato tenuto, sentivo rintocchi regolari scandire le ore. Dopo, a scoprire dove si trovava la chiesa, non sono stati gli inquirenti, ma io stesso: il covo dei banditi era nelle campagne di Oniferi, le campane quelle del paese, nessun dubbio in proposito». Per lui quasi una confessione del suo vero carattere di osservatore e analista, profondo conoscitore di uomini e cose: nell'intervista, l'unico strappo a un canone di riservatezza che rispettava con determinazione. Tanto che, dopo questi ricordi, era subito ridiventato discreto. Per concludere con la consueta pacatezza: «Il sequestro è stata solo una parentesi nella mia lunga vita, non ripenso quasi mai a quei mesi: e questo è uno dei motivi per i quali, al di là dei processi, ho sempre evitato di tornare sul mio caso».

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