L’autopsia su Manuel: è stato un massacro

Il medico legale è il super perito che si è occupato anche dei casi di Cogne e Garlasco

GHILARZA. L’esame del cranio evidenzia «fratture alla volta e alla base». Registra «lo sfondamento parietale del lato destro e del massiccio facciale». Il freddo linguaggio scientifico non è solo una nuova finestra che si spalanca sull’orrore. È anche una conferma di quanto gli inquirenti avevano già ricostruito attraverso le indagini e le successive confessioni. Ora è certezza scientifica che Manuel Careddu sia stato colpito con la piccozza e la pala, arnesi indicati come armi del delitto sin dai giorni successivi agli arresti e alle prime crepe nel muro di silenzio dei ragazzi che l’hanno ucciso. È certezza – vedremo poi in che successione – che Manuel Careddu sia stato legato alle mani e ai piedi poi legati tra di loro prima di completare la condanna a morte. È certezza che l’esecuzione sia durata lo spazio di pochi minuti, giusto il tempo per capire, per soffrire e per implorare inerme in mezzo al fango e legato come una bestia da macellare che non fosse quella l’ora della sua fine.



Il medico legale Roberto Testi – quello dei casi di Cogne e Garlasco – nella relazione successiva all’autopsia non riassume solo tecnicamente quel che riscontra dall’esame del cadavere «ormai in quasi completa scheletrizzazione». Il medico legale collega anche le confessioni dei cinque indagati per l’omicidio del ragazzo di Macomer con quel che scientificamente è riuscito a evidenziare nella sua perizia e quindi incastra dichiarazioni ed altri elementi d’indagine rendendo ancora più chiaro cosa sia accaduto la notte dell’11 settembre nel terreno di Soddì, luogo scelto dalla banda dei cinque per compiere il delitto del lago.

La relazione di una ventina di pagine è da qualche giorno sui tavoli delle due procure che indagano, quella di Oristano dove l’inchiesta è affidata al procuratore Ezio Domenico Basso e al sostituto Andrea Chelo e quella dei minori di Cagliari dove le indagini sono coordinate dal pubblico ministero Maria Chiara Manganiello. Le loro inchieste portate avanti sul campo dai carabinieri del Comando provinciale di Oristano con un ampio spiegamento di forze e reparti di tutte le compagnie hanno fatto finire in carcere i ghilarzesi Christian Fodde, Riccardo Carta, Matteo Satta, il minorenne C.N. e la diciassettenne G.C. Dopo il ritrovamento dei resti di Manuel era stato poi arrestato per soppressione di cadavere anche Nicola Caboni, accusato di aver aiutato Christian Fodde a far sparire il corpo.

È storia conosciuta del delitto, cui ora si aggiungono altri particolari su quanto accaduto in quell’angolo di campagna diventato per qualche ora una succursale dell’inferno dove ad agire non sono immaginari demoni da Divina Commedia, ma ragazzi protagonisti di una tragedia. In macchina, quando sono le 22.24 dell’11 settembre rimane la sola G. Scendono invece Christian Fodde e C.N. Ad aspettarli c’è Riccardo Carta. Cosa sia accaduto dopo ora appare sempre più certo incrociando le dichiarazioni dei vari indagati, non ultima quella di Christian Fodde. I dati scientifici dell’autopsia si fondono con le parole e sembra confermare che Christian Fodde, scendendo dall’auto, nasconda all’interno della sua felpa la piccozza. Sta qualche passo dietro Manuel che nel frattempo è affiancato da Riccardo Carta. Fodde fa mezzo giro per estrarre la piccozza, poi con un unico movimento va a colpire Manuel a metà strada tra la faccia e la parte laterale del cranio. Il giovane stramazza al suolo, farfuglia qualcosa implorando pietà e senza possibilità di muoversi perché probabilmente viene tenuto a terra afferrato al collo da Riccardo Carta. Christian Fodde prende dal motocarro dell’amico dei lacci che solitamente vengono utilizzati per imballare il fieno. Stavolta servono per rendere Manuel del tutto passivo. Sempre dal motocarro spunta la pala che diventa la seconda arma del delitto. Ad usarla, sempre incrociando confessioni e riscontri derivati dall’autopsia che parla di un corpo appuntito e di un altro di forma piatta e ampia, dovrebbe essere ancora Christian Fodde. Manuel sta già esaurendo le energie, la sua vita si sta spegnendo, ma subisce ancora alcuni colpi. Tutti in testa. Solo in testa. «È morto in pochissimo tempo» ed è stato colpito «con grande energia» dice la relazione.

È la fine. Non lo spogliano. Lo lasciano lì, vestito, in una fossa probabilmente già scavata in precedenza che ricoprono alla meglio di sassi e terra, prima di spostarlo di primissima mattina nel campo di Costaleri a poche centinaia di metri dal cimitero di Ghilarza. Nel terreno lavorato dal padre di Christian Fodde, dove il corpo rimarrà sepolto sino al 17 ottobre. Quando verrà ritrovato, su indicazione dello stesso Christian Fodde, sarà in «quasi completa scheletrizzazione».

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