Audio della difesa in aula La corte: documento nullo

Colpo di scena nel processo contro la presunta cellula olbiese di Al Qaeda  Voce anonima solleva dubbi sulla regolarità dell’inchiesta. I giudici: si va avanti 

SASSARI. «Si capisce che è una conversazione preparata, messa in piedi forse pensando che i giudici italiani siano come le autorità pakistane. Ma Sultan Khan evidentemente sottovaluta la giustizia italiana».

Sono le parole del pm della Dda di Cagliari Danilo Tronci. Il colpo di scena è in apertura di udienza, nell’aula bunker del carcere di Bancali dove si sta per concludere il processo contro undici pakistani sospettati di appartenere a una cellula terroristica di Al Qaeda che sarebbe stata individuata a Olbia ad aprile del 2015.

Ma nel giorno in cui era attesa la chiusura della requisitoria del pubblico ministero spunta la registrazione di una telefonata che risalirebbe a maggio del 2015. È la difesa a sollevare il caso, e in particolare l’avvocato Carlo Corbucci. Il legale si fa portavoce di tutti i colleghi difensori e spiega alla corte d’assise (presidente Pietro Fanile, a latere Teresa Castagna) che si tratta di una chiamata ricevuta da Luca Tamponi, ossia il primo difensore di Sultan Wali Khan, uno dei principali imputati. La registrazione viene consegnata alla corte e al pm e l’udienza viene sospesa. Una voce anonima parla con Tamponi al quale riferisce sospetti sulla regolarità dell’inchiesta e degli arresti spiegando come l’indagine sia stata “gonfiata ad arte”. Una montatura. Rivela dettagli importanti, alcuni – come hanno spiegato ieri gli avvocati – «erano sconosciuti persino a noi difensori. Li abbiamo appresi durante la lunga istruttoria dibattimentale. Questa persona, invece, li conosceva già dal 2015». In aula si bisbigliano sospetti sull’identità dell’anonimo “rivelatore”, si ipotizza persino che possa trattarsi di un poliziotto. Immediata la reazione dell’allora dirigente della Digos di Sassari, Mario Carta che si rivolge al presidente Fanile: «Abbiamo ascoltato in quattro quella voce e escludiamo categoricamente che possa trattarsi di qualcuno del nostro ufficio».

Prende la parola ancora una volta il pm Tronci: «Mi chiedo come sia nato questo contatto e perché l’avvocato Tamponi abbia sentito la necessità di registrare la telefonata. E come mai, una volta che aveva in mano un’arma così importante, non l’abbia utilizzata nel Riesame e perché abbia deciso di consegnarla a Sultan dopo tutto questo tempo». Da qui le istanze successive alla corte: «Chiedo che l’avvocato Tamponi venga citato come testimone, oggi stesso se necessario, e chiedo che la corte acquisisca i tabulati del suo telefono e quelli del cellulare di Sultan Khan per capire se quest’ultimo possa avergli offerto qualcosa per mettere in piedi questa sceneggiata».

La difesa dice la sua: «La rilevanza non sta nella telefonata in sè. Il punto è che se questo signore afferma quanto poi realmente avviene in dibattimento significa che ha una diretta conoscenza dell’inchiesta». La corte si ritira e dopo qualche ora torna in aula con la decisione: le richieste vengono rigettate. Quella registrazione contiene dichiarazioni generiche, non accertabili. Si va avanti con la requisitoria del pm, a questo punto rinviata all’11 febbraio.

Gli imputati erano stati arrestati in un blitz della Dda di Cagliari e della Digos di Sassari. Lunghe le indagini e altrettanto lungo il processo. L’interminabile istruttoria dibattimentale, infatti, è durata quasi tre anni e si è conclusa lo scorso dicembre. Tra i nomi di spicco degli imputati (scarcerati) ci sono Sultan Wali Khan, pakistano, il presunto capo della cellula individuata a Olbia, affiliata al terrorismo internazionale islamico. E poi l’imam di Bergamo Hafiz Muhammad Zulkifal, altro personaggio di spicco secondo le carte dell’accusa, anche lui pakistano.

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