CAGLIARI. Non ci sperava più ma avrebbe dovuto tenere accesa la fiaccola della fede, perché le vie della giustizia sarda sono infinite: un ergastolo, una condanna in secondo grado a trent’anni di carcere, una fama da irriducibile bandito novecentesco forse in parte esagerata, eppure Graziano Mesina è di nuovo un uomo libero grazie all’istituto più temuto dalla magistratura inquirente: la decorrenza dei termini di custodia cautelare, scattata perché i motivi della sentenza d’appello non sono stati depositati. Troppo carcere prima della sentenza definitiva e così, a 77 anni suonati e una vita spericolata alle spalle, il fuorilegge più conosciuto della Sardegna ha lasciato Badu ’e Carros per recarsi insieme alle avvocate Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier alla caserma dei carabinieri di Orgoloso. Subito dopo il gioioso ritorno a casa.
Difficile per chi non bazzica i tribunali comprendere come sia possibile tutto questo, ma è scritto chiaramente nel diritto penale: in Italia la custodia cautelare, il carcere prima del giudizio definitivo, è ammessa per un periodo massimo di sei anni e quanto accade nel frattempo non cambia le cose. Mesina è stato arrestato il 10 giugno del 2013 insieme ad altre 26 persone con l’accusa di associazione a delinquere in traffico internazionale di stupefacenti e altri reati gravi, da quel giorno non ha più lasciato la cella. Il 12 dicembre 2016 il tribunale di Cagliari l’ha condannato a 30 anni di reclusione, quattro in più di quanti ne aveva chiesto il pm Gilberto Ganassi, dichiarandosi sempre estraneo ai fatti contestati. Il 22 maggio 2018 la Corte d’Appello presieduta da Giovanni Lavena ha accolto la richiesta di conferma avanzata dal pm Incani e con quella la misura conseguente, la revoca della grazia che gli era stata concessa dal presidente Carlo Azeglio Ciampi nel 2004 dopo quasi quarant’anni di detenzione. Dalla lettura del dispositivo di secondo grado è partito il conto alla rovescia sulla base di quanto è stabilito nella decisione stessa: novanta giorni di tempo per il deposito delle motivazioni, prorogabili per altri novanta. Come dire sei mesi, trascorsi senza che il presidente ed estensore della sentenza Giovanni Lavena consegnasse l’atto finale del procedimento alla cancelleria. L’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia cagliaritano avrebbe dovuto tener conto dei termini di custodia cautelare, ma per ragioni ignote i mesi sono passati uno dopo l’altro, fino a che i difensori di Mesina hanno consultato il calendario e si sono accorti che il tetto dei sei anni era stato raggiunto. Come dire: sentenza congelata, compresa la conseguenza principale, la revoca della grazia. Non c’era altro da fare che aprire il portone di Badu ’e Carros e indicare l’uscita all’inquilino più celebre del carcere nuorese, che ieri ha aperto inaspettatamente una nuova fase della sua vita tormentata.