La morte di Gino, scarpe e abiti puliti e nessun livido

La mamma del 30enne: «Non si è ammazzato, amava la vita Era ad Alghero, perché fare 30 chilometri per uccidersi?»

SASSARI. Trenta chilometri percorsi a piedi, nel cuore della notte, per raggiungere un cavalcavia e lanciarsi nel vuoto. Gino Braggio, ingegnere milanese di trent’anni, viene per la prima volta in Sardegna, il 9 aprile del 2014, non conosce la città, figurarsi le strade della provincia. Ha un appuntamento con una donna ad Alghero, una escort che conosce da tempo e che si sposta in varie parti della penisola. Il giorno dopo quell’incontro – ossia il 10 aprile – il cadavere di Gino viene trovato in una stradina sotto un ponte della 131, a pochi chilometri da Sassari.

«Non è un suicidio». «Braggio si è buttato giù dal cavalcavia, probabilmente si è trattato di un sucidio per motivi sentimentali», sarà questa la conclusione dell’inchiesta avviata dopo il ritrovamento del cadavere. «Mio figlio è stato ucciso», dirà invece Angela Mulè. Tanto sicura di questo che si rivolge a un investigatore privato e nel giro di poco tempo scopre che nella ricostruzione fatta dagli inquirenti ci sarebbero diversi punti oscuri. Non accetta che il caso venga archiviato come suicidio, va a parlare con il sostituto procuratore della Repubblica Paolo Piras e anche con il gip Carmela Rita Serra. A gennaio viene disposta una proroga delle indagini. Altri sei mesi per arrivare alla verità.

Scarpe e abiti puliti. Se, come sembra, Gino Braggio percorre 30 chilometri a piedi, come mai le suole delle sue scarpe da ginnastica sono perfettamente pulite? E come è possibile che dopo un volo di decine di metri e la caduta sul terriccio, la camicia bianca che indossava non abbia alcuna macchia?

Come arriva sulla 131? E per quale ragione, se davvero il 30enne aveva intenzione di uccidersi, non lo ha fatto ad Alghero? È possibile che sia stato portato lì da qualcuno che lo ha ucciso – magari da nudo – e poi lo ha rivestito prima di abbandonare il corpo?

Una lunga camminata senza testimoni. Per il medico legale la morte dell’ingegnere sarebbe avvenuta intorno alle 7 del mattino. Possibile che nessuno lo abbia visto camminare lungo il parapetto considerato che la 131 a quell’ora è molto trafficata? I familiari – attraverso la trasmissione “Chi l’ha visto?” che si è occupata a lungo del caso – avevano fatto un appello a chiunque fosse passato sulla Carlo Felice quel giorno. Ma non è mai arrivata alcuna chiamata.

Le lesioni. Gino aveva sui polsi dei solchi compatibili con la pressione di un laccio. Qualcuno lo aveva legato? Altrimenti per quale ragione una persona che vuole farla finita dovrebbe stringersi una corda o un laccio intorno ai polsi? Le lesioni sul volto potrebbero esser state conseguenza di un pestaggio? E come mai sul resto del corpo non c’erano lividi?

I contatti telefonici con Cinzia. Si chiamerebbe così la escort che il trentenne doveva incontrare ad Alghero. Angela Mulè ha in mano tutti i tabulati telefonici che è riuscita a ricavare consegnando il Nokia di suo figlio a una ditta specializzata. «Il primo giorno che si sono visti Gino ha pagato 1500 euro. Nessuno mi toglie dalla testa che sia stato ammazzato, forse perché lui, che era un ragazzo troppo buono, a un certo punto ha detto basta».

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