«Non fuggiamo dalle diversità»

L’arcivescovo Saba traccia le linee del nuovo anno pastorale nell’assemblea pastorale al Verdi

SASSARI. Il Teatro Verdi non è stato sufficiente a contenere l’afflusso dei partecipanti all’appuntamento assembleare di venerdì 27 settembre: ben oltre 700 i partecipanti alla convocazione che Monsignor Saba ha indirizzato ai fedeli dell’Arcidiocesi di Sassari, ai rappresentanti della società civile, ai membri delle altre Comunità religiose e a quanti sono espressione della multietnicità e multiculturalità che oggi concorrono ad esprimere l’identità del territorio.

Mario Oppes, direttore del Pronto Soccorso, ha rivolto il primo saluto e introdotto Marco Impagliazzo, presidente della comunità di Sant’Egidio, verso l’apertura della riflessione comune: «La Chiesa è etimologicamente “assemblea”, convocazione e incontro. Questa realtà di Dio e del suo popolo non vive nell’astrazione, nella virtualità, nella sottrazione della fisicità, ma sempre esiste nella realtà dell’altro con me, e del Dio con noi». Un esordio che si è sviluppato nella descrizione degli attuali mali della modernità, descritti nell’individualismo, nell’incapacità dell’ascolto, nella fuga dal reale e rifugio nella virtualità. «Il cambiamento, il rinnovamento che l’oggi richiede alla Chiesa, e a tutto il contesto umano, riguarda la presa di coscienza della fame di cuore che un’umanità ancora possibile richiama al centro del nostro tempo».

In perfetta continuità l’intervento dell’arcivescovo Gian Franco Saba: «Già Paolo VI denunciava come il fuggire dagli altri verso un comodo privato o un circolo ristretto di intimi provochi un isolamento che non è mai espressione di fedeltà a Dio. Il nostro stare insieme è un mezzo pedagogico eccellente con cui inauguriamo il percorso pastorale del nuovo anno, consapevoli in primo luogo che la Chiesa di Sassari soffre per aver perso i luoghi in cui in passato lo stile dell’incontro si manifestava ed esprimeva il suo volto migliore: un patrimonio -anche materiale- che oggi ci interroga sui giovani, sul frutto dell’amore di chi ha donato i suoi beni e per cui dovremmo rendere conto a Dio dello stato di abbandono». Monsignor Saba è partito dalla fragilità con cui oggi si esprime il senso di comunità, guidando la riflessione verso l’esortazione a corrispondere quanto prima al bisogno di vivere l’integrazione come cura per tutte le realtà umane, ecclesiali, culturali, sociali, economiche. «Le parole di Jacques Maritain – ha continuato – indicano l’educazione dell’uomo come via di un vero e profondo un risveglio umano. Così anche Papa Francesco, nell’Evangelii Gaudium, trasversalmente ci invita a rieducarci ad un nuovo modo di vivere la vita-fede-chiesa, dove per novità si intende ritornare alle sorgenti». Appare chiaro che il Nuovo anno pastorale si configurerà come un processo di «valorizzazione di tutte le strutture per «riportare la mente nel cuore. Educare significa generare. È una sfida a cui non ci possiamo sottrarre e che non può prescindere dalle differenze per rinchiuderci nella comodità, nella pigrizia, da spettatori. Stiamo investendo e continueremo a investire tanto nella formazione, perché la cura della persona è l’unico vero risveglio umano. Creiamo luoghi di crescita perché è urgente preparare le persone per comprendere, impegnarsi e modellare questo mondo che cambia».

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