Jole ed Ettore, i fidanzatini sassaresi pianti dall'Italia intera: lei morì di leucemia, lui si uccise

Jole ed Ettore

Era il 17 agosto 1975, il Corriere della Sera due giorni dopo dedicò una pagina alla tristissima storia, il cantante Ivano Michetti dei Cugini di campagna scrisse "Preghiera"

SASSARI. Lui si chiamava Ettore Angioy, aveva 18 anni, era un ragazzone atletico e innamorato, con le gambe da terzino e la testa di un fantasista d’altri tempi. Lei si chiamava Jole Ruzzini, era sportiva, di una spensieratezza contagiosa, brava a scuola, con i capelli neri e sciolti. Aveva quindici anni.

Il Corriere della Sera, nel paginone delle cronache agostane, scrive questa testatina: «La vicenda più triste dell’estate». E poi titola: «Ecco come a 18 anni si può ancora morire d’amore». Era il 1975: il 17 agosto di 45 anni fa.



Ivano Michetti, quel giorno aveva 28 anni. Indossava mezzo chilo di basetta per guancia, pantaloni a zampa d’elefante, una giacca catarifrangente e un nome d’arte che resterà nella storia della musica: Cugini di Campagna. Sfoglia quel giornale, il cuore gli sgocciola, e crea la canzone più struggente di tutto il suo repertorio.

E le mie mani innalzerò verso di te, cantandoti una preghiera finché non hai salvato lei”.

Ettore e Jole si erano conosciuti al gruppo scout Ss4 di via Galileo Galilei a Sassari. Era stato un piccolo colpo di fulmine. Lei al liceo Scientifico, intelligente, studiosa, voti alti. Lui all’ultimo anno dei Geometri, disegnatore di talento, la passione per i fumetti di Tex. Dice Primo Ruzzini, fratello di Jole: «Giocavamo insieme a calcio, eravamo amici. Ero contento che stesse con Jole, erano una belle coppia. Ettore era un idealista, con un grande senso della giustizia. Per questo secondo me non poteva accettare di perdere mia sorella».

Stavano insieme già da un anno, condividevano la passione per gli scout. A fine luglio, erano partiti con le loro squadre di giovani esploratori per il campo-raduno di Monte Pisanu, vicino a Bono, in vista del meeting nazionale a La Mandria di Torino. Jole è stanca, ha una brutta cera, il colorito giallognolo, il medico consiglia il ricovero agli Infettivi di Piazza Fiume. Il responso non lascia scampo: «Leucemia». In quegli anni non esisteva un trapianto di midollo, e il “cancro del sangue” equivaleva a una sentenza. «I miei genitori sapevano tutto – dice Primo – ma a me ed Ettore avevano detto che si trattava di epatite». Così entrambi partono per Torino, mentre Jole resta ricoverata e si appassisce pian piano. «Quando siamo ritornati a Sassari, lei stava ancora benino. Agli infettivi non erano concesse visite, e con Ettore ci facevamo trovare sotto una finestra dell’ospedale subito dopo pranzo. Lei si affacciava, io la salutavo, mi facevo da parte, e loro parlavano di nascosto». Poi la malattia scollina e inizia la discesa. “Lei mi sorride pensando che poi guarirà, ancora non sapeva amare perché la vuoi insieme a te”.



La finestra da quell’istante rimane chiusa, Jole è sempre più debole. «Solo allora, io ed Ettore abbiamo sentito pronunciare la parola leucemia». E il sangue di un diciottenne innamorato si gela d’un colpo. “Signore mio, ascoltami se puoi. Signore mio al mondo ho solo lei. Signore mio è per amore che t'imploro. A mani giunte ti scongiuro dimmi che non sarà vero”. È sconvolto: un giorno uscendo dall’ospedale, grida: «Se muore, io la seguirò nella tomba». Si confessa anche con il prete di San Giuseppe, con don Era: «Se muore, io non voglio più vivere». Jole ha sempre gli occhi chiusi, dorme, la leucemia se la porta via in un paio di giorni. È il 17 agosto. “Signore mio! Ma le sue mani non sento più stringersi a me. Perdona se tu mi vedrai lassù tra voi insieme a lei”. Ettore torna a casa, indossa una giacca elegante, i pantaloni bianchi, nella tasca infila una lettera d’addio, passa al bar, infila una moneta nel jukebox, ascolta per l’ultima volta la loro canzone, si incammina verso il ponte di Rosello.

Amore mio non ce l'ho fatta più, amore mio senza di te laggiù, amore mio la nostra casa è il paradiso, ritrovo adesso il tuo sorriso. Non devi avere più paura. Amore mio.....”. Scavalca la balaustra, chiude gli occhi, e si lascia andare.

I genitori la notte lo aspettano, si preoccupano, danno l’allarme e amici e parenti lo cercano per tutta la città. Lo vedrà un passante, adagiato sull’erba, i pantaloni bianchi, sotto il ponte. Riconoscerlo è facile, la lettera in tasca racconta tutto. Poche scuse, un addio eloquente: “Perché senza Jole la mia vita non ha più senso”. Primo conserva ancora quella lettera, e la custodisce come si fa con i segreti, perché c’è condensata la ragione di una scelta estrema, la più intima che uno possa concepire. «Aveva pensato a tutto, si era dato due sole possibilità, senza via d’uscita. Se lei vive, vivo anch’io. Se muore, la seguo. Ed era talmente risoluto da non essersi confidato con gli amici. Aveva preferito isolarsi, aspettare il destino e far decidere lui anche per la sua vita».

A quei tempi i funerali dei suicidi venivano celebrati sottovoce, di nascosto, perché congedarsi così era peccato mortale. Invece, se molti sassaresi ancora ricordano la storia di Ettore e Jole, è anche grazie alla sensibilità moderna di monsignor Masia. «Accettò la loro scelta d’amore, e decise di celebrarla». Il 19 agosto gli scout caricano in spalla la bara di Ettore Angioy. Il corteo non va direttamente verso la parrocchia di San Giuseppe, allunga il percorso, si dirige verso via Torres. Al numero 16 si ferma silenzioso. Aspetta che da quel portone esca la bara di Jole Ruzzini, come farebbe uno sposo che va a prendere la sposa. Le due bare camminano fianco a fianco, e anche i due cortei si sfiorano, per poi diluirsi nel sagrato. E questo, nell’agosto del 1975, è stato un refolo di amore e di rivoluzione.

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