Sassari, una bracciante agricola: «Soffro da mesi e non ho una diagnosi»

L’odissea di una donna: ho speso tutti i soldi guadagnati zappando. Al pronto soccorso abbandonata per ore

SASSARI. «Ho appena speso gli ultimi 50 euro che avevo nel portafoglio. Ho pagato 46 euro di ticket per fare il salasso che mi era stato prescritto un mese fa, salvo poi sentirmi dire oggi dai medici che gli esami del sangue non avevano raggiunto determinati parametri e quindi non dovevo fare nulla. Non discuto questo, naturalmente, ma avrebbero potuto dirmelo prima. Ho speso tutto quello che mi rimaneva in tasca per niente».

Quella di Caterina, 57 anni, bracciante agricola stagionale di Ittiri, è una storia che diventa un caso per le modalità con le quali si è sviluppata e perché, a distanza di mesi dall’inizio dei suoi problemi di salute, non le è stata fatta ancora una diagnosi. «Da gennaio ho speso in visite e ticket tutto quello che ho guadagnato lavorando ma ancora non so che cosa ho. Di conseguenza non posso mettermi in malattia né ho diritto all’esenzione per visite e cure». Ma ora i soldi – che non sono mai stati tanti visto che lavora solo pochi mesi all’anno – sono finiti. «Per mangiare ho dovuto chiedere aiuto ai miei figli. Non è giusto... Anzi, è proprio assurdo» dice con voce sommessa.

Tutto inizia a gennaio con una caduta: «Mi sono ritrovata per terra senza nemmeno capire come c’ero finita. Ho fatto degli accertamenti e mi è stata riscontrata una policitemia (un aumento del volume di globuli rossi nel sangue ndc). Mi è stato consigliato dal medico curante di rivolgermi immediatamente a un ematologo. Prenoto e vengo prima visitata e poi mandata a fare un salasso urgente. Mi prescrivono una serie di esami. Rx polmoni, e vari prelievi. Arriva il lockdown e si blocca tutto». Caterina, sempre più affaticata e con il fiato che va e viene, prova comunque ad andare avanti con il lavoro. E arriva fino a oggi. «Vado dal mio medico che dopo aver visto la pressione sanguigna a 200/120 mi consiglia ancora di andare dall’ematologo. Dopo consigli vari prenoto una visita intramoenia (102 euro), dottore gentilissimo, attento e solerte che dopo aver letto le precedenti analisi e visto la mia pressione mi prepara il foglio dove mi prescrive immediati esami al cuore e il ricovero, anche per via di storie familiari pregresse. La sera stessa mi aggravo (mancanza di respiro, vertigini, stanchezza) e sono costretta ad andare al pronto soccorso, alle 19. Vengo registrata in codice giallo. Pressione sanguigna a 192/120. Dopo un paio di ore prelievo e tampone Covid (negativo). Vengo fatta accomodare su una sedia senza che nessuno si ricordi che ci sono. Di tanto in tanto chiedo notizie. La sedia diventa sempre più calda. Vedo sfilare anziani, bambini ma soprattutto vedo sfilare turisti che hanno una scottatura e meritano le migliori cure. Io attendo. Il cuore mi scoppia ma è irrilevante. Alle 2 mi viene “concessa” una barella e mi fanno un’ecografia all’addome. Mi addormento, mi ero alzata alle 4 per andare a zappare. Mi sveglio verso le 4.30, mi portano a fare una radiografia ai polmoni, poi mi riportano al pronto soccorso dove mi dimettono. Senza che mi abbia visto un cardiologo né che qualcuno mi abbia più rimisurato la pressione. Arrivo a casa e vado immediatamente dal medico curante che parecchio alterato mi prescrive con urgenza tutto quello che avrebbero dovuto farmi al pronto soccorso». E a questo punto inizia l’ennesima trafila per prenotare le visite necessarie: «Chiamo e nonostante l’urgenza non riesco a prenotare una visita cardiologica, però intramoenia me la farebbero il giorno dopo, pagando 100 euro. Le urgenze sono utopie: per la Tac se ne parla a settembre e per la visita pneumologica a novembre. Mentre se voglio un cardiologo devo andare a Cagliari, Ghilarza, Olbia. Oppure semplicemente pagare. Ma io non ho soldi, non ne ho più. E quindi per questo sono destinata a morire? Per quale motivo con una richiesta di ricovero, firmata dall’ematologo, al pronto soccorso sono stata invece dimessa?». Domande che meritano una risposta.

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