Assalto al caseificio Pinna 21 pastori a processo

Disposta la citazione diretta a giudizio per il danneggiamento dello stabilimento Il pm: radunati e inferociti, costrinsero soci e dipendenti a rinchiudersi in azienda

SASSARI. Quel giorno di febbraio di due anni fa centinaia di pastori si resero protagonisti di azioni eclatanti per fare in modo che la loro protesta per il prezzo del latte (pagato 60 centesimi al litro) non rimanesse confinata in un ambito ristretto. Delle loro difficoltà e rivendicazioni se ne doveva parlare ovunque. E l’obiettivo fu raggiunto. Perché quello tsunami di rabbia e disperazione investì tutta l’isola e dei pastori sardi si occupò anche la stampa nazionale.

Il 9 febbraio fu in particolare il giorno dell’assalto al caseificio Pinna di Thiesi, dove ci furono scontri e danneggiamenti. Per quell’episodio, 21 pastori andranno a processo. È stata infatti disposta la citazione diretta a giudizio (senza quindi passare per il filtro dell’udienza preliminare) e a maggio dovranno presentarsi davanti al giudice monocratico del tribunale di Sassari, Mauro Pusceddu. I reati di cui devono rispondere in concorso sono danneggiamento aggravato, deturpamento e imbrattamento di cose altrui.

Il pubblico ministero Angelo Beccu, titolare dell’inchiesta, nel decreto di citazione spiega che gli imputati avrebbero esercitato «un’indebita pressione nell’ambito della trattativa fra industriali e allevatori sul prezzo del latte ovino in concorso fra loro e con un altro centinaio di persone non identificate». E per mettere in atto questo piano avrebbero «costretto Giommaria Pinna, legale rappresentante della società “F.lli Pinna Industria casearia spa”unitamente agli altri soci e a decine di dipendenti dell’impresa, ad asserragliarsi all’interno dell’azienda, essendosi radunati inferociti all’esterno dello stabilimento per manifestare contro il prezzo praticato dall’impresa, sfondando porte e infrangendo finestre e vetrate con numerosi bidoni metallici, e riversando il latte all’interno dei locali, in tal modo allagandoli e imbrattandoli, nonché manomettendo il quadro dell’idrante antincendio».

Due anni fa la protesta degli allevatori sardi era balzata agli onori della cronaca. Dopo aver bloccato il traffico sulla Carlo Felice i pastori avevano gettato decine di litri di latte sulla strada, altri avevano intercettato un camion che trasportava generi alimentari verso il sud dell’isola e lo avevano saccheggiato, sparpagliando parte del carico sull’asfalto. Per le forze dell’ordine era stato un segnale inequivocabile: la tensione stava salendo alle stelle e sarebbe stata una giornata ad alto rischio. E infatti fu proprio così. Mentre gli agenti della polizia stradale deviavano il traffico su percorsi alternativi, carabinieri e poliziotti avevano iniziato a seguire il gruppo dei manifestanti – diverse centinaia di persone – che quel 9 febbraio, verso mezzogiorno, aveva liberato la 131 puntando verso lo stabilimento dei Pinna. I bidoni di latta da 50 litri erano stati usati come teste d’ariete per sfondare due finestre degli uffici della società dei Fratelli Pinna. Rotti i vetri, i manifestanti avevano gettato con rabbia il latte all’interno dell’azienda che ritenevano tra le maggiori responsabili di questa situazione. A Thiesi era arrivato il reparto mobile della polizia, la Digos e la squadra mobile di Sassari. Erano stati momenti concitati ma le forze dell’ordine erano comunque riuscite a mantenere la situazione tutto sommato sotto controllo.

Quei danneggiamenti, però, hanno creato un danno non indifferente all’azienda dei Pinna e per la Procura della Repubblica solo un processo potrà definire con precisione le responsabilità.

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