Porto Torres, l’ultimo applauso per Piero, “trottolino” buono

Calcio in lutto per la scomparsa di Demuro. Arrivò poco più che ventenne e c’è rimasto per sempre

PORTO TORRES. L’immagine più bella che lo ha collocato per sempre nel cuore dei tifosi di calcio e di una città è quella di una domenica pomeriggio a Nuoro: il 28 maggio del 1978. Una monetina decide le sorti di una finale di calcio, cento lire per stabilire un salto di categoria. Passa in serie D il Carbonia, cade il Porto Torres. É una foto in bianco e nero che ha fatto il giro d’Italia: Piero Demuro piange consolato da un fotografo in mezzo al campo, la mano sulla spalla. Non sono lacrime di disperazione ma di rabbia e di attaccamento alla maglia, alla storia di una città.

Era arrivato poco più che ventenne Piero, da Luras. E non se n’è mai andato da quella che sentiva la sua città. «Qui ci sto bene, ho tutti i miei amici, certe volte mi sembra di esserci nato», raccontava. Giovedì il male che lo aveva attaccato in maniera subdola e improvvisa se l’è portato via, ma non l’ha sconfitto. Piero Demuro aveva 66 anni, è stato uno dei calciatori più amati e applauditi delle straordinarie annate rossoblù. Ha giocato con i più grandi, quando gli stadi erano pieni e bastava poco per sognare. Fisico minuto ma cuore e grinta da combattente, veloce e mai arrendevole, Piero era uno che sapeva andare incontro alle difficoltà. Le sfide più difficili, anche quelle che sembravano impossibili lo esaltavano. Tutti i talenti più raffinati lo avrebbero voluto accanto, perchè Piero era una garanzia, non mollava mai. Calcio e lavoro, tanta semplicità. Piero era legato ai valori tradizionali e alla famiglia. Operaio metalmeccanico al Petrolchimico e a Fiume Santo, caposquadra e capocantiere, ha sostenuto e formato tanti giovani che oggi lo piangono come un padre.

“Trottolino” lo avevano battezzato perchè era instancabile, sempre avanti indietro. Ma Piero non ci badava troppo. Giovanile, gli piaceva stare in mezzo ai ragazzi, dove c’era festa si trovava bene. E quando si rendeva conto che c’erano problemi e difficoltà, con una battuta scherzosa ti strappava il sorriso. Una parrucca e si trasformava, amava mettersi in gioco. Era un portatore vero di buonumore. La pandemia gli aveva tolto le cose a cui teneva di più: gli abbracci e le strette di mano, gli incontri con gli amici. «Ma ne usciamo, non dura per sempre», aveva detto qualche tempo fa. Oggi l’ultimo saluto, alle 16, nella basilica di San Gavino. L’abbraccio alla moglie e alle figlie. Ciao Piero, lassù ti vedranno arrivare e ti lanceranno un pallone. (g.baz.)

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