Il delitto di Alghero, Farci piange ma non convince i pm

Farci durante il dibattimento (foto mauro chessa)

Il 55enne imputato della morte della compagna respinge le accuse ma cade più volte in contraddizione

SASSARI. «La mattina del 6 dicembre del 2019 sono rientrato a casa con un cornetto alla crema per Speranza. Ma quando ho aperto la porta della cabina armadio ho trovato la mia compagna impiccata con un lenzuolo legato alla maniglia. Era senza vestiti e il suo cuore non batteva più».

Si blocca, piange e chiede subito dell’acqua Massimiliano Farci, poco dopo l’inizio della deposizione nell’aula della corte d’assise, incalzato dalle domande dei due magistrati che hanno seguito le indagini, i pm Beatrice Giovannetti e Angelo Beccu.

Cinquantacinque anni, originario di Assemini, Farci è accusato dell’omicidio della compagna Speranza Ponti avvenuto ad Alghero il 5 dicembre di tre anni fa. «Perché non ha chiamato i carabinieri?» gli domanda la pm Giovannetti, mentre l’imputato si asciuga le lacrime con un fazzoletto. «Mi è crollato il mondo addosso - ribatte Farci - e ho mantenuto la promessa che avevo fatto a Speranza. Dopo ventiquattr’ore ho avvolto il suo corpo in un lenzuolo e l’ho portato in quel posto che amava tanto, alla periferia di Alghero, dove andavamo insieme a vedere i tramonti sul mare. Poi ho buttato il lenzuolo e sono andato a lavorare». Il racconto di Farci, che ha sempre respinto le accuse fin dal giorno dell’arresto da parte dei carabinieri di Alghero, è però - secondo i due pm - lacunoso e contraddittorio. «Ci ha detto di aver portato via il corpo della sua compagna dall’abitazione di via Vittorio Emanuele la mattina del 7 dicembre - lo incalza ancora la pm - ma dagli accertamenti tecnici eseguiti sul suo cellulare risulta che lei si recò a Monte Carru la mattina del giorno precedente. Questo come ce lo spiega?». Nelle due ore e mezza di domande da parte dei due sostituti procuratori Farci ha raccontato del suo rapporto con Speranza, lasciando intendere che la donna avesse espresso l’intenzione di togliersi la vita. «Una volta durante una crisi di pianto - ha detto il 55enne - mi disse che si sarebbe impiccata, ma presi la cosa sotto gamba. Quella mattina - ha raccontato in aula - per prima cosa l’ho adagiata sul pavimento e poi sono rimasto per un paio d’ore a piangere». Solo alle fine di gennaio del 2020, quasi due mesi dopo la morte della donna, il corpo venne ritrovato sotto un cespuglio ricoperto da tubi e altri rifiuti. «Per tutto quel tempo - gli fanno notare i rappresentanti dell’accusa - lei fece credere ai parenti e agli amici della sua compagna che Speranza fosse ancora viva». Con post sul profilo Facebook della vittima e rispondendo ai messaggi che arrivavano sul telefono della 50nne di Uri, per un po’ di tempo Farci era riuscito a ingannare chi stava iniziando a domandarsi dove Speranza fosse finita.

«Volevo prendere tempo - ha spiegato Farci rivolgendosi alla corte presieduta da Massimo Zaniboni - e avevo intenzione anche io di togliermi la vita, ma non ho trovato il coraggio». Prima di lui si erano seduti sul banco dei testimoni il cognato di Speranza Ponti e un maresciallo del reparto analisi criminologiche del Racis dei carabinieri, secondo il quale Speranza non presentava alcun profilo di rischio suicidario. Una consulenza che secondo il difensore di Farci, l’avvocato Daniele Solinas, ha però mostrato gravi lacune. «I Racis, al fine di comprendere che persona fosse Speranza, non hanno sentito i due ex mariti della donna - ha detto il difensore - non hanno verificato le contraddizioni nei suoi racconti, non hanno cercato riscontri sui presunti prestiti richiesti a Farci e su come Speranza Ponti potesse sostenere le spese quotidiane senza intaccare il proprio conto». Prossima udienza il 31 maggio per dare spazio agli avvocati di parte civile Stefano Carboni ed Edoardo Morette.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

WsStaticBoxes WsStaticBoxes