La Nuova Sardegna

Sassari

L’inchiesta

Sassari, morto dopo il pestaggio, la sorella di Sergio Serra sotto choc: «Mio fratello era cosciente, ha sofferto per nove mesi»

di Nadia Cossu

	Sergio Serra, vittima del pestaggio, e il luogo dell'aggressione a Sassari
Sergio Serra, vittima del pestaggio, e il luogo dell'aggressione a Sassari

Gabriela racconta i nove mesi trascorsi da un ospedale all’altro. E ricorda quella sera a Latte Dolce: «Non avrei mai pensato che un suo amico potesse fargli tanto male»

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Sassari Nove mesi di sofferenza, tra la vita e la morte. Prima il periodo di coma nel reparto di Rianimazione del Santissima Annunziata di Sassari, poi il trasferimento al Mater Olbia dove è rimasto ricoverato per sei mesi e, infine, il rientro nella sua città. A Sassari Sergio Serra, 46 anni, ha passato l’ultimo mese e mezzo in un letto della Rsa San Nicola. Lunedì notte il suo cuore ha smesso di battere al termine di un calvario lungo e doloroso, iniziato la sera del brutale pestaggio – il 28 maggio 2025 – che lo aveva ridotto in fin di vita. Colpito quasi a morte da un coetaneo, un suo amico dell’adolescenza che oggi si ritrova indagato per omicidio.

Il dolore della sorella

A raccontare questi mesi sospesi tra speranza e disperazione è la sorella della vittima, Gabriela. «Sergio – ha detto con la voce spezzata dalle lacrime – era cosciente. Comprendeva tutto ciò che accadeva intorno a lui, riconosceva le persone, seguiva con lo sguardo. Ma non riusciva a parlare. Quell’impossibilità di esprimersi lo faceva soffrire profondamente: spesso si agitava, si innervosiva perché noi non potevamo capirlo». Prigioniero di un corpo che non rispondeva più come lui avrebbe voluto.

Il racconto del pestaggio 

Fisico prestante, abituato agli allenamenti della palestra, quel 28 maggio non era riuscito a difendersi. Poco dopo le 22, Sergio era arrivato in via Kennedy insieme a un amico. Aveva appena acquistato delle pizzette e nell’attesa lui era uscito dal locale per fumare una sigaretta. All’improvviso si era trovato faccia a faccia con un suo coetaneo, anche lui sassarese. Un uomo che non era uno sconosciuto: era stato un amico per tanto tempo, uno di quelli con cui si cresce insieme. «Poi era forse successa qualche cosa che li aveva divisi – racconta Gabriela – e per quindici anni non si erano più rivolti la parola». Quella sera si erano già incrociati. Un’ora prima Sergio era con il figlio, il suo aggressore era passato davanti a loro, aveva salutato il ragazzo, ma non lui. Più tardi si era presentato fuori dalla pizzeria. Lo scontro era stato improvviso e violentissimo. «Un colpo allo sterno ha fatto crollare Sergio a terra – spiega la sorella della vittima – Poi, quando era già sull’asfalto, i calci alla testa, forti, continui». Il 46enne aveva riportato lesioni gravissime: trauma cranico con emorragia cerebrale, fratture allo zigomo e alla mandibola. I soccorsi erano scattati subito dopo, con l’arrivo del 118 e degli agenti della polizia locale. Trasportato d’urgenza al “Santissima Annunziata”, era stato ricoverato in Rianimazione, in coma, con prognosi riservata.

L’aggressore

L’altro uomo si era presentato il giorno seguente al comando della polizia locale insieme ai suoi avvocati Pierluigi Olivieri e Marcello Masia. Si era difeso dicendo di aver schivato una testata che la vittima gli avrebbe voluto dare e che la caduta era stata accidentale, successiva a una gomitata. Le indagini avevano ricostruito un’altra verità, un accanimento sul corpo di Sergio Serra, ormai esanime a terra. Gli agenti della polizia locale avevano eseguito una serie di attività e in particolare il sequestro del telefonino e degli indumenti indossati da Serra al momento dell’aggressione.

Lo choc

«Non avremmo mai immaginato che una persona con la quale mio fratello aveva avuto per anni un legame così stretto potesse fargli tanto male – commenta ancora incredula Gabriela – andavano a scuola insieme, quando incontrava me si avvicinava per darmi un abbraccio. Si fermava anche con mio nipote, lo salutava, gli rivolgeva la parola. Ma con Sergio no, pur vedendosi tutti i giorni e abitando in due palazzi confinanti, si ignoravano». Fino alla sera del 28 maggio, quando l’indagato avrebbe aspettato Sergio fuori dalla pizzeria d’asporto in via Kennedy. Il motivo che avrebbe generato tanto odio è al vaglio degli inquirenti che nelle prossime ore ascolteranno ancora il 46enne. Il movente che avrebbe scatenato la lite tra i due coetanei per ora è sconosciuto ma l’inchiesta potrebbe subire ben presto una svolta. In ogni caso, oltre agli atti giudiziari che seguiranno il loro corso, resta il dolore di una famiglia che per nove mesi ha sperato in una parola, in un segno, in un ritorno alla vita del loro caro che non è mai arrivato.

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