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Sassarese va a processo perché aveva un tagliaunghie e una limetta nella borsa: assolta dopo cinque anni – La storia

di Nadia Cossu
Sassarese va a processo perché aveva un tagliaunghie e una limetta nella borsa: assolta dopo cinque anni – La storia

Era stata fermata all’uscita da un negozio perché sospettata di avere commesso un furto

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Sassari Cinque anni di processo per il possesso di un tagliaunghie, una tronchesina per unghie e una limetta. Si è conclusa con una sentenza di assoluzione una vicenda giudiziaria che ha coinvolto una donna di 38 anni, finita a giudizio con l’accusa di essere stata trovata in possesso di “arnesi atti allo scasso”.

La donna si trovava all’interno del punto vendita Coin di viale Italia, a Sassari. Secondo quanto ricostruito nel corso del procedimento, era stata notata mentre usciva dal negozio con passo ritenuto particolarmente spedito. Quel comportamento, giudicato sospetto da chi effettuò la segnalazione, portò all’intervento della polizia locale, che la rintracciò poco distante. Nel corso dell’accertamento, gli agenti ispezionarono la borsetta della donna, trovandoci all’interno un tagliaunghie, una tronchesina per unghie e una limetta. Strumenti di uso comune, normalmente destinati alla cura della persona, che tuttavia vennero ritenuti, in quella circostanza, potenzialmente riconducibili alla categoria degli arnesi atti allo scasso. Da quel ritrovamento scaturì la denuncia e l’apertura di un procedimento penale. L’ipotesi accusatoria si fondava infatti sulla possibilità che quegli oggetti potessero essere utilizzati, almeno in astratto, per compiere attività di effrazione. Una ricostruzione che ha dato avvio all’iter giudiziario, nonostante l’assenza di ulteriori elementi che facessero ipotizzare un loro concreto impiego per finalità illecite.

La vicenda è approdata davanti al Tribunale dove il processo si è protratto per cinque anni tra rinvii, udienze e attività istruttoria. Un arco temporale molto lungo se rapportato alla natura della contestazione, che ha costretto l’imputata ad affrontare un procedimento destinato a incidere per anni sulla sua vita personale e giudiziaria. Al termine dell’istruttoria, il giudice Elena Barmina ha accolto le richieste formulate dall’avvocato difensore Giuseppe Onorato. Il legale aveva sottolineato come il semplice possesso di strumenti comunemente utilizzati per la cura delle unghie non potesse essere considerato, di per sé, elemento sufficiente per integrare il reato contestato. Mancava, in sintesi, qualsiasi prova idonea a dimostrare che quegli oggetti fossero destinati o concretamente utilizzabili per attività di scasso. Tesi accolta dal giudice. 

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