La Nuova Sardegna

Il racconto

Il mondo nero di Amina: una bimba e i diritti negati

di Loretta Maioli
Il mondo nero di Amina: una bimba e i diritti negati

Cinque anni, la gallina Rosetta come unica amica La madre l’aiuterà a sfuggire al destino già scritto per lei

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Pubblichiamo il racconto scritto da Loretta Maioli, docente del Liceo Azuni di Sassari, che ringraziamo

A tutti i passanti che me lo chiedevano dicevo che mi chiamavo Amina, figlia di Fatima e Abdul. Loro erano incuriositi da una bambina così piccola, di circa cinque anni, che giocava con Rosetta, una gallina adulta che produceva tante uova bianche. Non avevo un granché da fare se non occuparmi di ritirare le uova dal pollaio e aiutare mia madre in cucina. Mia madre, una donna dai lunghi capelli neri, snella, con grandi occhi neri impreziositi dal kajal. Non la vedevo mai uscire di casa, anzi per dirla tutta io e lei abitavamo in un’ala riservata della casa. Qui il tempo sembrava non scorrere mai, c’era silenzio, un silenzio penetrante. A volte sentivo chiasso e urla arrivare dall’altra ala della casa dove mio padre organizzava cene e feste con gli amici. Non so bene il perché, ma noi non eravamo invitate. Per consolarci io, mia madre e la collaboratrice domestica prendevamo il the nero o verde. Questa bevanda ci teneva compagnia. Un giorno manifestai a mia madre il desiderio di andare al mercato, magari per vendere le uova che Rosetta ci donava. Avrei voluto galoppare il nostro asinello, fare una passeggiata. La risposta fu secca: “ Devi chiedere il permesso a tuo padre, che ci deve oltretutto accompagnare”. Va bene, pensai, non ci vedo niente di male.

Ero curiosa di scoprire cosa ci fosse oltre la strada sterrata di fronte a casa. Mio padre acconsentì. Mia madre si preparò, ma io non la riconobbi con quel velo e quella retina davanti agli occhi. Non feci nessuna domanda e fu così che uscimmo. Il mondo che mi circondava era di colore nero, nero come gli abiti che le donne indossavano. Erano tutte uguali, tutte accompagnate da uomini. C’erano pochi bambini in giro. In compenso i soldati giravano per le strade armati anche di fruste. Fu così che tornando a casa vidi una donna che veniva frustata brutalmente tra l’indifferenza delle persone che la attorniavano. Quanta crudeltà, pensai. Al rientro a casa mi sentii turbata, non capivo perché io bambina non indossassi gli stessi abiti di mia madre per uscire e perché anche agli uomini non toccasse la stessa sorte. Chiesi spiegazioni a mio padre, che declinò il discorso. Allora mia madre mi disse che quando avrei avuto dodici anni anche io avrei indossato i suoi stessi abiti, che quella era la normalità, che mi ci sarei dovuta abituare. Del resto mi preparava già all’idea che avrei dovuto seguire le sue orme e sposarmi il più presto possibile. Non sapevo quanto quella frase fosse così profetica. Trascorsero cinque anni e per la prima volta ebbi accesso al lato maschile della casa. C’era anche mia madre con il suo abito nero. Arrivò un lontano cugino di circa quarant’anni. Scoprii che era il mio futuro marito, venuto a conoscermi da una città a circa duecento chilometri di distanza. Mi spaventai, uno strano impulso di fuga mi pervase. Così feci, corsi in camera mia, piangevo, non volevo lasciare la mia famiglia, non volevo quell’uomo, avevo solo voglia di trovare dei compagni di giochi della mia età. La situazione nell’altra ala della casa era tesa, i miei genitori si scusarono con il cugino di mio padre e gli dissero che avevo bisogno di tempo per accettare le nozze. Mia madre cercò di consolarmi dicendomi che quello era il destino che accomunava tutte le ragazze della mia età, che non mi potevo sottrarre alle nozze. Mia madre, pronunciando quelle parole, piangeva, piangeva insieme a me, mi abbracciava, mi stringeva forte tra le sue mani. Solo due anni dopo capii il perché. Una sera, mentre mio padre festeggiava con gli amici, arrivò in segreto una donna che entrò da un ingresso secondario. Mia madre mi raccomandò di rimanere tassativamente in camera mia. Io, incuriosita non l’ascoltai. Mi nascosi dietro la porta ad origliare. Parlavano di una manifestazione davanti al palazzo governativo per rivendicare il diritto di voto alle donne. Diritto di voto? Cosa mai sarà, pensavo. Non sapevo né leggere né scrivere, solo mio padre era istruito.

L’indomani, all’alba, mia madre e la collaboratrice domestica si prepararono e uscirono di nascosto. Anche io, dopo aver indossato l’abito nero, uscii e le seguii. Il numero di donne in quella marcia iniziò ad aumentare, finché non divenne una immensa massa di persone. Si accalcavano davanti ad un palazzo, quello governativo pensai, non riconoscevo più mia madre. Urlavano e esibivano cartelli dalle scritte per me incomprensibili. Regnava la confusione, tutti spingevano in ogni direzione, finché un grosso gettito d’acqua non investì la folla che iniziò a disperdersi nei vicoli che affiancavano la grande piazza di fronte al palazzo governativo.

Tra il fuggi fuggi generale, si avvicinò una donna che mi prese per mano per aiutarmi a scappare. Quella donna era mia madre. I gendarmi ci fermarono e ci rinchiusero in una cella, insieme. La cella era buia e piccola, non c’erano letti, mangiavamo una sola volta al giorno. Mia madre era disperata, non si dava pace che io l’avessi seguita. Ero una creatura innocente, non sapevo niente di politica, di regime, di diritto al voto. Fu così che mia madre mi confessò che per me avrebbe voluto un destino diverso dal suo, avrebbe voluto che io fossi istruita, che potessi scegliere un marito che amavo, che potessi passeggiare e fare la spesa da sola, che potessi disegnare. Una sera arrivò una guardia e disse a mia madre che il marito l’aveva ripudiata. La situazione era tragica. Mia madre mi diceva di non arrendermi, era sicura che mi avrebbero liberata data la giovane età, che aveva già in programma di farmi fuggire oltrepassando la frontiera nascosta in un carro merci, perché io sfuggissi ad un destino segnato.

Due mesi dopo per me si spalancarono le porte del carcere. Venne a prendermi il mio futuro sposo, il lontano cugino. Tornai a casa, mio padre mi chiuse a chiave nella mia stanza. Non ho chance, pensai. Invece una notte qualcuno scagliò una piccola pietra sul vetro della mia finestra. Una voce tenue mi indicò di seguirla. Non ci pensai due volte. Era la collaboratrice domestica, fuggita dalla manifestazione. Non so come, mi ritrovai su un carro merci, valicai il confine e ad aspettarmi c’era una famiglia. Scoprii che erano dei lontani parenti di mia madre con cui lei, che aveva imparato a leggere e a scrivere da autodidatta, teneva i contatti. La prima cosa che fecero fu darmi degli abiti nuovi. Avevo il volto finalmente scoperto, vedevo per la prima volta vestiti colorati. Appena arrivata a casa mi diedero un foglio e dei pastelli. Il primo disegno che feci fu quello del volto di mia madre con dei grandi occhi neri impreziositi dal kajal. Per me iniziava un nuovo capitolo. Solo due anni dopo seppi della lapidazione di mia madre.

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