Poz: «Sassari la mia svolta da coach»

Basket, show del coach della Dinamo alla presentazione del suo libro “Clamoroso”. E i giocatori gli fanno una sorpresa

SASSARI. «Pozzecco uno di noi». Il coro sale alto nello spazio all’aperto del Polo Tecnico di via Monte Grappa. Non sono tifosi, sono quasi tutti sui due metri di statura e giocano nella Dinamo. Sono i ragazzi del Poz, che ieri hanno fatto irruzione a modo loro durante la presentazione di “Clamoroso”, il libro del coach biancoblù.

Sorpresa, risate e applausi delle oltre 150 persone – perfettamente distanziate su base Covid – che hanno preso posto nell’anfiteatro e hanno assistito a un’ora abbondante di Pozzecco show. Arbitro con licenza di dispensare falli tecnici, Antonio Di Rosa, direttore della Nuova Sardegna. Co-autore, con licenza di svelare dettagli non contenuti nel libro edito da Mondadori, Filippo Venturi. In regia, Aldo Addis, della libreria internazionale Koinè Ubik, che ha poi gestito anche la lunghissima processione finale per il firma-copie dell’autore.

«Hey Miro, perché quella maglia dei Guns’n Roses, stai andando a un concerto? Stefano (Gentile, ndr), è vero che tuo figlio lo chiamerai Gianmarco?». Dialoga con i suoi, il Poz, rilassato, disteso e in forma come non si vedeva da tempo. Ed è capace anche di i commuoversi, il coach triestino. Pronti, via, seconda domanda, e sono già lacrimoni, quando parla dei suoi primi allenatori e di come la compagna Tanya, seduta in prima fila, gli abbia cambiato la vita. Ma sono soprattutto grasse risate. «Non voglio essere blasfemo – dice il Poz – ma c’è stato un Gianmarco prima e dopo di Cristo, e Tanya per me è stata l’anno zero. Oggi è come se avessi 9 anni».

In realtà i suoi 48 anni di vita raccontati senza filtri sono grasso che cola, a livello di chicche e piccoli scoop. Come il fantastico scherzo al cardinale Martini organizzato da lui e Andrea Meneghin durante gli anni Varese. Come la notte in discoteca trascorsa, sempre insieme al “Menego”, con i giocatori della nazionale argentina che festeggiavano la vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atene 2004. «Solo che loro la finalissima l’avevano vinta poche ore prima proprio contro di noi, contro l’Italia».

«Mi piacciono le squadre con tanti italiani? Sì, certo. In Italia nello sport siamo totalmente condizionati dal risultato, come se contasse soltanto la vittoria. Eppure io, che se avessi scritto un libro sulle cose che ho vinto in carriera mi sarei potuto permettere al massimo un opuscoletto, credo di essere l’esempio opposto». «Poz può piacere o non piacere – aggiunge Venturi – ma è molto rispettato dalle tifoserie avversarie, non è un coach che viene fischiato in trasferta». «Certo, ma a fischiarlo ci pensano gli arbitri», arriva la rasoiata di Di Rosa». Ancora applausi, ancora risate.

«Com’è allenare a Sassari? Mi piace, ci sto bene – dice un Gianmarco Pozzecco sempre più a suo agio –. E poi se non fossi venuto ad allenare qui non mi avrebbe cag... nessuno e questo libro non avrebbe mai visto la luce». Poi tutti in fila per una firma su un volume che è un piccolo testamento su 48 anni da “immarcabile”. E forse il bello deve ancora venire.

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