Un “piccolo” Sardara per una grande Dinamo

Francesco Sardara e David Logan

Francesco, figlio del presidente Stefano, da un mese è l’amministratore delegato: "Affronteremo i playoff con la tenacia di sempre e cresceremo, anche in Europa"

SASSARI. Corsi e ricordi storici alla Dinamo, che nella serie A di basket rispolvera un suo vecchio cavallo di battaglia, quello dei figli d’arte. Battaglie vincenti. In carica dal primo aprile, l’amministratore delegato Francesco Sardara ripercorre ora le orme di altri eredi diventati illustri dirigenti: Sergio (ma anche Paola) per il presidentissimo Dino Milia, Pinuccio per l’altro numero uno che ha preceduto la gestione di Stefano Sardara, Luciano Mele. Laureato in Scienze dei servizi giuridici, business/managerial economics all’Università di Sassari, con Master in core insurance program alla Bocconi di Milano, è il chief financial officier del gruppo Acrisure.

Papà o babbo?

«Papà, da sempre».

Alla Dinamo continua la tradizione dei figli dirigenti.

«Sì, e lo dico incrociando le dita perché tutti i miei predecessori hanno sempre fatto molto bene, e aiutando i genitori hanno portato la squadra sempre più in alto»

Dinamo, questione di famiglia.

«Sì, ho una sorella più piccola e anche lei conosce da sempre il mondo Dinamo. Io ci sono entrato da tifoso prima ancora che la rilevasse mio padre, poi da quel giorno ho fatto di tutto, a partire dalle piccole cose che fanno sì che il mondo Dinamo sia passione e insieme divertimento. Per un giovane come me vivere la serie A ti fa perdere la testa».

Cosa fa un amministratore delegato nel basket?

«Non penso di essere il classico ad, svolgo il ruolo ma lo interpreto attraverso la grande conoscenza di questa società. Poi, la base è quella, la Dinamo è un’azienda estrememante competitiva e io devo renderla sempre più competitiva in ogni settore, anche se ha meno possibilità rispetto ad altre contendenti».

L’autonomia finanziaria è la base, ma il Covid è stato un brutto colpo.

«C’è del terreno da recuperare, vero, ma la società è estremamente sana e questo ci ha permesso di affrontare i due anni di Covid non dico tranquilli, ma in modo da poter ripartire con serenità. E sono estremamente contento del fatto che gli abbonati ci hanno confermato la loro fiducia nonostante il momento difficile, dandoci un sostegno non solo economico ma anche morale. Ci hanno protetti, dandoci una motivazione in più».

Sono i suoi primi playoff da dirigente.

«E li vivrò con la tranquillità di sempre. non penso che il nuovo ruolo mi farà cambiare prospettiva. Abbiamo affrontato le battaglie più difficili con la stessa faccia e la stessa tenacia di sempre».

Il suo ricordo più bello con la Dinamo, e il più brutto.

«Il peggiore la sconfitta con Cantù ai playoff con quel tiro dentro-fuori di Brian. Quella era una squadra con un grado di talento fuori da ogni logica, la prima vera Dinamo che ci ha portati a vincere più avanti. Il più bello è facile, lo scudetto».

Squadra del cuore?

«Milan, come papà».

Mai giocato a basket?

«Nelle giovanili con un bel po’ di maglie, ma anche con l’Uisp da... grande, da studente. Ruolo guardia».

Progetti e programmi?

«Il principale è continuare a consolidare una realtà come la nostra, già tranquilla per il buon lavoro fatto in precedenza, e migliorare gli assetti e le relazioni per un grado di espansione ancora superiore in Italia e in Europa».

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