Settantasette anni fa la tragedia di Superga: reportage dal museo del Grande Torino
Il 4 maggio 1949 l’aereo che riportava a casa la leggendaria formazione si schiantò sul colle della basilica. L’emozionante viaggio tra i cimeli della memoria granata
Grugliasco La valigia “da trasferta” di Valentino Mazzola è un pugno nello stomaco. Un oggetto che ti guarda, che parla e arriva dritto al cuore. È sopravvissuta alla tragedia del 4 maggio 1949, quasi a ricordare che certe storie sono destinate a rimanere immortali. A Grugliasco, comune a circa dieci chilometri da Torino, in un luogo che sembra sospeso tra memoria e silenzio, sorge il Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata. Un luogo che custodisce il ricordo di 31 uomini (fra atleti, dirigenti, giornalisti e membri dell’equipaggio) morti tragicamente il 4 maggio di 77 anni fa, quando l’aereo che li riportava a casa dopo un’amichevole col Benfica si schiantò contro il muraglione della basilica di Superga, sulla collina torinese, cancellando in un istante una delle squadre più forti della storia del calcio italiano.
Quello di via La Salle 87 non è un museo come gli altri. Non è soltanto una raccolta di cimeli, fotografie e documenti. È un viaggio nell’anima, una porta aperta su una storia che continua a vivere nel cuore di chiunque ami il calcio. Varcarne la soglia significa entrare in un tempo diverso. Le luci soffuse accompagnano i primi passi, mentre le pareti iniziano a raccontare la nascita del Grande Torino, una squadra che non era solo vincente, ma rivoluzionaria, capace di incarnare un’intera nazione nel dopoguerra, regalando speranza e orgoglio. Il museo diretto da Giampaolo Muliari nasce e vive grazie alla passione di tifosi e custodi della memoria granata e, in particolare, grazie all’impegno dell’Associazione Memoria Storica Granata, un gruppo di instancabili e cordialissimi volontari (presidente Domenico Beccaria) che ha voluto preservare questa eredità.
Dal 2008 è ospitato in una villa seicentesca, Villa Claretta Assandri, che protegge, tra le sue mura affrescate, ogni frammento di questa storia. L’allora sindaco di Grugliasco si offrì di accogliere questo patrimonio di valore inestimabile. Ne comprese le potenzialità e, venuto a sapere che l’associazione cercava casa, propose Villa Claretta. In un suggestivo percorso, le stanze si susseguono come capitoli di un racconto sempre più intenso. Ci sono fotografie ingiallite, maglie, coppe (fra tutte la Coppa Italia vinta dal Grande Torino nel 1943), lettere di donne innamorate. Ogni oggetto è una voce. Ogni dettaglio è un pezzo di vita.
Il primo impatto è con la mitica Balilla di Gigi Meroni, la Fiat 508 appartenuta all’eccentrico calciatore del Toro che lui stesso personalizzò con interni trapuntati e un fregio Rolls-Royce sul radiatore. In quel preciso istante si ha la piena consapevolezza di essere entrati in un luogo ammaliante. Lo sguardo si sofferma lentamente sulla cornetta del trombettiere Oreste Bolmida, il capostazione che con tre suoni dava la carica alla squadra con il leggendario “quarto d’ora granata”. E poi sull’elica e sulla ruota del trimotore G212 caduto a Superga, sulla tribuna in legno del Filadelfia.
Il percorso museale si articola su due piani, coprendo la storia granata dal 1906 ai giorni nostri, con sale tematiche dedicate ai “pionieri”, agli Invincibili, alla rinascita, a Meroni e ai campioni dello scudetto 1975/76. All’interno c’è anche un po’ di Sardegna: “Zaccagno superman non solo sui rigori”. Così titolava “Tuttosport” il 17 giugno del 2015 per descrivere le gesta della Primavera del Torino che, dopo un digiuno lungo 23 anni, tornava a essere campione d’Italia, battendo proprio ai rigori la Lazio. E uno dei protagonisti di quello “Scudettoro” fu proprio Andrea Zaccagno, l’attuale portiere della Torres. Oltre ai richiami a Gustavo Giagnoni, olbiese, alla guida del Toro tra il 1971 e il 1974. Noto come il “tecnico col colbacco”, sfiorò lo scudetto nella stagione 1971-72.
Ma è quando si arriva alla sala dedicata al 4 maggio 1949 che il tempo si ferma davvero. La tragedia di Superga aleggia nell’aria, le immagini del colle dove sorge la Basilica, avvolto nella nebbia, raccontano più di mille parole. Le Prime pagine dei giornali italiani e stranieri appese sulle pareti sono la testimonianza tangibile del dolore di un intero popolo, di un lutto condiviso. Ci sono i resti dell’aereo: frammenti metallici, piegati e anneriti, le valigie di capitan Mazzola, di Egri Erbstein, del massaggiatore Cortina, con le ampolle degli oli ancora intatte. Rimaste miracolosamente preservate perché custodite nella coda dell’aereo, che resistette parzialmente all’impatto. Dentro quelle valigie c’era la quotidianità di uomini che erano mariti e padri, c’era un ritorno a casa che non è mai avvenuto.
Camminando tra le stanze del museo si percepisce il peso di ciò che è stato perduto: non solo una squadra imbattibile, ma uomini, sogni, famiglie. Si avverte chiaramente che quel Grande Torino non era soltanto calcio: era un’idea di perfezione, di unità, di bellezza. E le lacrime a un certo punto non si trattengono. Arrivano per i tifosi granata, che qui trovano un luogo sacro, quasi un santuario, ma arrivano anche per chi non tifa Toro. Perché questo museo non parla solo ai sostenitori di una squadra. Parla a chiunque ami il calcio nella sua forma più pura, a chi crede che lo sport possa essere poesia, identità, memoria. Uscendo da villa Claretta resta una consapevolezza silenziosa ma potente: una squadra come il Grande Torino non tornerà mai più. Non perché il calcio sia finito, ma perché certe storie appartengono a un tempo irripetibile.
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