Il bagaglio intimo per affrontare il mare

Che cosa accompagna il viaggio della speranza? Gli oggetti che i profughi portano con sé in un saggio di Luca Pisoni

Pubblichiamo una parte dell’introduzione dell’archeologo Massimo Vidale al libro “Il bagaglio intimo. Gli oggetti dei migranti in viaggio verso l’Europa” (148 pagine, 14 euro) curato da Luca Pisoni per la casa editrice Meltemi.

* * *di Massimo Vidale

Nell’immenso tempio funerario di Ramses III (1218-1155) a Medinet Abu, a Tebe, l’ultimo grande faraone d’Egitto volle essere rappresentato come un possente guerriero che trionfava su orde di invasori nomadi, che cercavano di entrare in Egitto per vie di terra e lungo i rami del delta su navi, barconi e carri trainati da buoi gremiti dalle loro famiglie. È curioso che tra le “etnie” che partecipavano alle invasioni delle ultime decadi del XII secolo, gli scribi reali avessero elencato nomi che potrebbero alludere a provenienze occidentali, come Sardegna, Sicilia, Anatolia, insediamenti micenei e costa tirrenica della nostra penisola. La stessa propaganda reale racconta che, dopo averli trasformati in “coloro che non esistono”, gli Egiziani condussero gli invasori in catene in patria come schiavi imprigionati in campi fortifi cati. Era il 1177 a.C.

Anche a voler accettare letteralmente i roboanti resoconti regali, le cose non sarebbero andate molto bene per le élite al potere e le loro organizzazioni politiche. Per molti studiosi, infatti, la data segna l’inizio del “grande collasso dell’età del Bronzo”. Dopo Ramses III, l’Egitto perse rapidamente per sempre il senso più profondo della propria identità geopolitica – l’unità stessa della nazione. Era il preludio di lunghi secoli di dominazione straniera.

Il paragone tra i politici oggi al potere in Italia e in altre nazioni dell’incrinata Europa e Ramses III è certamente in generoso – per il sovrano egiziano; e non facciamoci illusioni sul fatto che la storia insegni qualcosa a qualcuno. “Coloro che non esistono” si stanno muovendo ancora in cerca di una qualsiasi prospettiva di vita, abbandonando terre potenzialmente ricchissime, ma condannate all’instabilità politica e a sanguinosi confl itti da una inarrestabile corsa alla disparità sociale, dal militarismo e da catastrofi ci sviluppi climatici. Sembra quasi inutile, ora, affermare che alle radici di tutto questo si trova anche la rapacità delle avventure coloniali dell’occidente, alle quali l’Italia, sospinta dai sogni dei partiti di destra, partecipò con grande entusiasmo, migrando in massa all’estero e impegnandosi in guerre di conquista nelle quali si sperimentarono nuove forme di genocidio. E ricordare che lo stesso popolo di leoni che solo 80 anni fa dichiarava entusiasticamente guerra a Francia e Gran Bretagna, oggi (2018, dimenticate 1.200.000 vittime italiane del secondo conflitto mondiale, e la perdita di importanti territori e comunità nazionali) è terrorizzato, sempre dalla propaganda di destra, dall’arrivo di alcune centinaia di migliaia di inermi migranti in cerca d’aiuto.

Il libro di Pisoni racconta una coraggiosa ricerca etnoarcheologica, che tocca inevitabilmente alcuni “nervi scoperti” dell’accademia antichistica del nostro paese. Un’accademia, per esempio, sempre pronta a favoleggiare di “metallurghi itineranti” e intriganti fabbri-stregoni, ma che mai si è sognata di riconoscere e studiare, nella società reale, quanto ha sempre avuto sotto gli occhi: i metallurghi nomadi Rom, e la loro diffi cile convivenza, in Italia e in Europa, con le comunità sedimentarie. Il razzismo, come si sa ha molte facce, e quasi nessuno ne è esente. (...)

Questa ricerca, interamente pensata, voluta e autofinanziata da Luca Pisoni, parla di migrazioni non dal punto di vista di codici genetici trasmessi millenni fa, ma da quello, dinamico e attuale, della realtà vivente e del contatto interpersonale. La prima lezione è che chi si mette in movimento per migrare – almeno in circostanze in parte simili a quelle affrontate nel libro – non porta vasi, ma un carico di aspirazioni, ricordi, simboli materiali e non, e quotidiane tecniche elementari che non sarebbe immediatamente facile riconoscere in quanto resta sepolto nel terreno. La lezione è scientifica, ma è anche un esempio di curiosità, coraggio, civiltà e soprattutto di pensiero laterale, che spicca nettamente nelle vaste acque del conformismo umano e scientifico odierno.

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