Millecinquecento volte Orchestra Italiana

Renzo Arbore celebrerà lunedì ad Alghero un traguardo storico: «Tutto il mondo impazzisce per le nostre melodie»

ALGHERO. Renzo Arbore spegnerà ad Alghero le prime 1.500 candeline dell’Orchestra italiana. Il concerto di Pasquetta sarà infatti il numero 1.500 per l’ensemble fondato nel ’91 dallo showman ambasciatore della musica napoletana nel mondo. Appuntamento in piazza Sulis a partire dalle 18.30 per tre ore di musica dal vivo. «Lo so, è una cifra impressionante – dice Arbore –. A giugno su Rai 5 ci sarà un programma in tre puntate proprio su questi 1.500 concerti in giro per il mondo. Sono stato ad Alghero già un’altra volta, con grande successo. Mi auguro che ci sia il bis. Rispetto ad allora il programma è leggermente modificato, ma ci saranno sempre ottimi musicisti e un repertorio non solo di canzoni napoletane, ma anche italiane, umoristiche, un paio di pezzettini di swing come piace a me. Sarà uno spettacolino d’arte varia».

Arbore, che ruolo occupa la musica napoletana nel panorama italiano?

«Finalmente adesso assistiamo a una riscoperta della musica napoletana, soprattutto da parte degli stessi napoletani che avevano erroneamente creduto che fosse una musica del passato. Finalmente si sono resi che le canzoni sono delle sempreverdi. Come in America per quelle di George Gershwin e Cole Porter o in Brasile di Vinicius de Moraes. Le canzoni napoletane sono nate in un periodo particolarmente felice di ispirazione».

Eppure nessuno più ne parlava...

«È vero, sono stato io a riscoprirle. Ma posso dire che adesso, venendo da Napoli, vedo che nascono cantanti e gruppetti che fanno canzoni napoletane d’autore. Io mi sto battendo molto perché la canzone napoletana diventi patrimonio dell’Unesco».

Può chiedere un aiuto a Lino Banfi...

«Glielo ho già detto all’amico Lino, e anche a Pupi Avati. Io sono il responsabile dell’archivio della canzone napoletana e credo sia arrivato il momento di riscoprire quei brani come testi e come melodie, perché sono le più belle poesie del mondo. Queste canzoni circolano dai primi del Novecento grazie a Enrico Caruso e vengono portate in giro per il mondo da cantanti, tenori e soprani. “Torna a Surriento” e “O sole mio” sono eterne».

Con l’Orchestra si è esibito a New York, Mosca, Tokyo, Buenos Aires, Rio, Toronto, Sidney, Pechino, Shanghai.

«Il pubblico straniero più è diverso da noi e più ama le nostre melodie. Al suono di “Reginella” vedo il pubblico di tutto il mondo cantare a squarciagola il ritornello di questo celebre brano e magicamente farsi trasportare proprio là, a Napoli, nella terra da dove quelle emozioni sono partite. Cinesi e giapponesi rimangono affascinati dalle melodie, amano i mandolini, restano incantati dai cori. Perché mica canto solo io: è una formula molto varia, perché io con l’Orchestra mi sono rimesso in gioco. Nella mia carriera ho avuto tanti successi, da “Alto gradimento” a “Indietro tutta”, e da me il pubblico si aspetta molto...».

Il festival di Sanremo potrebbe essere una nuova sfida: le piacerebbe fare il direttore artistico?

«Me lo hanno chiesto molte volte ma ho sempre detto di no. Quello è un altro lavoro, non il mio. Io ho gusti precisi e non sono portato a fare una cosa così collettiva. Mi auguro però che il prossimo Sanremo sia una bella edizione, anche perché è il 70esimo anniversario».

Per il dopo Baglioni si parla anche di Mina come possibile direttore artistico.

«Impossibile, quello è e resterà un miraggio».

Con l’Orchestra italiana ha suonato tante volte in Sardegna: ha ricordi particolari?

«Sono tutti grandi ricordi: Sassari, Cagliari, Carloforte, la stessa Alghero. Ma, tengo sempre a sottolineare, che per me la Sardegna, la mia Sardegna, sono i tre mesi che ho vissuto nel 1974 a Cala Gonone quando la mia compagna Mariangela Melato girava “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” di Lina Wertmuller. Era una Sardegna meravigliosa, non ancora così popolare».

In tanti anni di carriera avrà incontrato anche tanti politici sardi. Cossiga, Berlinguer, Segni?

«Cossiga più di tutti, aveva una grande simpatia per me. Venne anche a due miei concerti e tante volte mi ha ricevuto al Quirinale. Sono ancora molto legato alla famiglia di Berlinguer, che ho conosciuto: un uomo straordinario. E poi Mario Segni, di cui sono ancora amico. Una persona veramente ragguardevole. Peccato sia fuori dalla lotta politica. O forse per lui meglio così: è una persona troppo perbene e probabilmente aveva intuito quello che sarebbe avvenuto nel Paese».

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