Fra i Tacchi di Ulassai per scoprire i segreti dell’arte di Maria Lai

Una tessitrice di Ulassai al telaio (foto Massimo Loi)

Da venerdì in edicola la terza uscita della collana “Storia di Sardegna” dedicata all’artista ogliastrina

La casa di pietra dove Maria Lai era nata il 26 settembre di un secolo fa è diventata un confortevole albergo che già dal nome (“Su màrmuri”, il marmo) lega il paese a montagne ricche di grotte e a campagne opere d’arte. Il padre Giuseppe, veterinario, e la mamma Sofia Mereu ci hanno vissuto a lungo, ci hanno fatto nascere cinque figli (Maria era la seconda dopo il primogenito Gianni e poi Giuliana, Lorenzo e Cornelietta). Alla fine degli anni sessanta era stato Gianni – medico pneumologo che sfrecciava su una moto Guzzi, creatore a Jerzu di un ospedale modello – a donare l’edificio a un suo dipendente, Emilio Chillotti che poi l’ha venduto a chi gestisce l’hotel, sei piani vista Mar Tirreno, a due passi il municipio, 36 posti letto, quattromila presenze l’anno. Anche la hall parla di Maria Lai. Sul bancone bianco del bar due caprette nere, di quelle che, con i gessetti e pezzetti di carbone, Maria disegnava da bambina sui muri di casa. In una saletta tre quadri autografi. Il ritratto di una nipote, un altro volto e un paesaggio indecifrabile: «Fra trent’anni lo capirete», aveva detto a Elena Loi e Tonino Lai, titolari della casa che fu di “Lola”. Che cosa rappresenta? Muraglie di monti, il paese nascosto dalla nebbia? Gairo sull’altro versante del costone? Il mistero resta.



CHIUSE IN UNA CASSA. Non era stata proprio Maria Lai, una mattina del 2001, durante una passeggiata tra Tertenia e Perdasdefogu, a dire: «Vorrei che tutte le mie opere venissero chiuse in una cassa, murate per cinquant’anni. Vorrei che solo allora fossero giudicate. L’arte è immortale: non parla per il presente ma per il futuro». La ascoltava Alberto Cannas, insegnante legatissimo al paese, primo presidente della Fondazione creata attorno al nome dell’artista che ha portato nel mondo il nome della Sardegna e di Ulassai.

IL CLIMBER. Nel salottino dell’hotel c’è uno scrittore torinese, Maurizio Oviglia, 56 anni, a Ulassai da decenni. È una guida, un climber che ha girato tutto il mondo e che ha fatto scoprire agli abitanti l’oro delle pareti di calcare che fanno da corona al paese. Nel libro “Pietra di Luna” descrive falesie con più di 3600 monotipi per le arrampicate. «Avevo fatto vedere il testo a Maria Lai. A ogni roccia, a ogni percorso lei aveva dato un nome: “Misurando l’infinito”, “In vista di altri cieli”, “Lo scialle della luna”, “Legarsi alla montagna”. Parlava a lungo con mia moglie, Cecilia Marchi». Ricorda qualche frase? «Sì. Tante. Esaltava la sacralità del pane e le trame degli orditi tutti patrimonio delle donne. E ripeteva spesso: amo il silenzio».

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ALI DI VENTO. Parlava molto con i collaboratori. Due opere – il monumento a Gramsci, all’interno della Stazione dell’arte su uno spiazzo che domina la vallata del rio Pardu, e “La cattura dell’ala del vento” all’ingresso del parco eolico, a Serra Longa verso Perdasdefogu con vista su Santa Vittoria e sul Partenone d’Ogliastra Monte Corongiu – sono state preparate nella “Bottega del fabbro”, rione “Stanalai” creata da Egidio Chessa (bidello e fabbro per hobby) e oggi gestite dai figli Emilio di 55 anni e Vitto di 50. Lavori in ferro diventati fiabe intrecciate, perfetta simbiosi tra spazi vuoti e pieni. «Con Maria abbiamo lavorato anche all’opera Il Telaio e a quella realizzata per il Museo Nivola a Orani. Stava con noi per ore, ci diceva che eravamo le braccia dell’arte, ripeteva che con le nostre mani davamo vita alle sue idee. Ci seguiva nelle saldature, nei tagli, in giunture e fusioni, saliva su una scala perché voleva guidarci dall’alto. Era una vera regista, dava consigli puntuali, opportuni. E chiedeva spesso di stare sola».

NASTRI CELESTI. Ricorda Vitto: «Anche io ho legato nastri celesti alle case in quel 1981 che è stato l’anno santo di Ulassai. Senza quell’evento non saremmo uno dei paesi sardi più noti al mondo. Da quell’evento è nata l’Arte relazionale che oggi tutti osannano. Il merito è solo di Maria, dovremmo capirlo di più noi ulassesi. Legavo le case alle montagne con Alberto Pilia, Efisio Lai, Antonello Demurtas. Andavamo a prendere le pietre che servivano ad altri artisti amici di Maria, soprattutto Guido Strazza e Titino Nivola».

TERAPIA SOCIALE. Quel 1981 aveva radicato a Ulassai il femminismo. Linda Puddu, docente di filosofia al liceo di Jerzu: «Capivamo che stavamo dando un’anima nuova al paese. Legare le abitazioni alle rocce, mettere in contatto fisico case di persone che spesso non dialogavano fra loro, è stata una innovazione, anche una terapia sociale. Con Maria eravamo diventate gruppo coeso: con me, senza sapere che avremmo dato vita a un evento artistico mondiale, lavoravano Silvana Mulas docente di Italiano, il medico Antonio Loi, Lucia Cossu insegnante pure lei».

UCCELLI E SERPENTI. Nastri celesti e il pane, l’etica e la bellezza della panificazione. Tra le artiste del pane Maria Deidda, oggi ottantenne: «Ci diceva che il nostro non era artigianato ma arte, osservava le forme, creava pani a forme di uccelli, serpenti, animaletti, pani come il sole, pani per i battesimi e le nozze, con lei leader ci sentivamo più importanti». In una piazzetta Nina Usai, settantenne, ha in braccio il nipotino Antonio e legge su questo giornale quanto ha scritto Giuliana Altea: «Spero che il paese capisca quanto ci ha donato. Per noi più giovani era la signora Lola, aveva battezzato mia sorella Peppina, osservava mamma che preparava su pani pintàu, il pane decorato. La ricordo tanto piccola quanto gentile, ci recitava le filastrocche, ricordo una sua frase che mi incanta ancora: Guardate con quale eleganza e agilità di muovono le caprette, sembrano uscite da una scuola di danza».

LE CINQUE ESSE. C’è La stazione dell’arte che dà lavoro e lustro all’Ogliastra: ci sono Claudia Contu, Damiano Rossi, Luisella Cannas, Luca Lai, Maria Luisa Pilia, Barbara Carta. All’ingresso le cinque esse: sasso, solco, sole, scure, sale. «Abbiamo avuto settemila visitatori oltre ai non paganti. Un successo crescente». A Lanusei, nel Museo diocesano, c’è la sede dell’Archivio Storico presieduto dalla nipote Maria Sofia Pisu e diretto da Eva Borzoni. Il vescovo Antioco Piseddu invitava ad ammirare «l’arte che significa bellezza. E il mondo di bellezza ha bisogno». A Ulassai, nel nome di Maria Lai, tutto è diventato bellezza e cultura: che hanno creato economia.

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