Beppe Severgnini: "La pandemia come una macchina della verità"

Il giornalista e scrittore in tour nell'isola con lo spettacolo: "Una stranissima primavera" insieme al cantante Carlo Fava

SASSARI. Buon anniversario. Così esordisce Beppe Severgnini, a dimostrazione del fatto che lui l’isola non solo la frequenta, ma la conosce, la studia, la ama. «Sono 300 anni che la Sardegna è diventata italiana. L’8 agosto 1720 un generale piemontese ha preso possesso dell’isola ed è stata così annessa al Regno di Sardegna. In materia ci sono diverse opinioni – ammette il giornalista ed editorialista del Corriere della sera – ma per me si tratta di una cosa importante perché considero la Sardegna un gioiello dell’Italia».

Le sue parole non faranno piacere a indipendentisti e dintorni, ma di certo non potranno accusarla di essere un anti-sardo.

«Sono 47 anni che frequento l’isola. Era l’estate del 1973, quando venni per la prima volta. Avevo 16 anni. Ero in piena età ormonale e le bellezze della Sardegna passavano in secondo piano rispetto alle bellezze femminili. Rena Maiore era un villaggio di cento case, fondato dai belgi. E dunque c’erano tantissime ragazze belghe, lussemburghesi, olandesi. Per un 18enne era il paradiso terrestre. Ogni ragazzo e ogni ragazza hanno avuto anni così. I miei sono legati a questi posti, dove poi ci sono tornato con i miei genitori, poi con mio figlio, che ora viene da solo. E sono fiero di avere contributo a salvare la spiaggia di Monti Russu dal disastro edilizio».

E ha scelto Santa Teresa per il ritorno in scena in questa estate caratterizzata dal Covid.

«Per sdebitarmi con questi posti avevo proposto una rassegna di musica e parole. Avevo immaginato uno scrittore e un cantante sul palco. Non era una cosa legata a un’amministrazione o a un’altra, io avrei fatto il direttore artistico gratuitamente. Avevo già ricevuto i sì di Daria Bignardi, Michela Murgia, Gianrico Carofiglio. Ma è saltato tutto».

Il Covid l’ha costretta a cambiare i programmi, ma alla fine è riuscito a a portare nell’isola “Una stranissima primavera”. Che spettacolo sarà?

«Ho detto: visto che io sono qui facciamone uno simbolico. E così oggi 10 saremo a Santa Teresa, l’11 a San Giovanni di Sinis e il 12 a Villasimius. Sul palco siamo io e Carlo Fava, che è un bravissimo cantante. Lui non mi accompagna, è un vero spettacolo a due. Carlo canta alcune canzoni centrate sulla vita domestica, come la sua “Una bellissima ragazza” che aveva scritto per Ornella Vanoni. Farà anche “No potho reposare”. Lo spettacolo parte da quello che è successo in primavera per capire se e come siamo cambiati, se la paura ci ha insegnato qualcosa. Avere paura è solo segno di intelligenza, mentre essere sfrontati è segno di incoscienza. L’ho scritto anche sul New York Times: se te ne freghi del virus sei un cretino. Come purtroppo alcuni leader mondiali hanno mostrato di essere. La pandemia è stata una sorta di macchina della verità».

In un tweet è stato molto duro con Andrea Bocelli per le sue parole negazioniste.

«Bocelli ha detto le cose sbagliate nel momento sbagliato nel convegno sbagliato. E questo non è poco per una persona intelligente. Non puoi partecipare a un convegno con Sgarbi, Siri e se vai non puoi dire quello che hai detto. La reazione degli italiani dovrebbe dimostrare a Bocelli che lo prendono sul serio. Per Sgarbi non c’è stata la stessa reazione».

Come vede questa estate dopo la “stranissima primavera” che abbiamo vissuto?

«Sicuramente un’estate ansiosa. Dovunque. Anche se le ansie lombarde sono diverse da quelle sarde per tanti motivi ovvi. Secondo me regioni come la Sardegna, la Sicilia, la Puglia che hanno rispettato il lockdown senza avere l’orrore davanti agli occhi hanno dimostrato un buonsenso ammirevole. Da noi l’orrore lo vedevi, lo sentivi. Io avevo l’ospedale da campo a 800 metri da casa, tanti amici medici contagiati, ogni giorno arrivava la notizia che era venuta a mancare una persona che conoscevo. È stata davvero molto dura. Da noi è stata una questione di pancia, da voi di testa».

Eppure non sono mancate le polemiche, come quella tra Sala e Solinas.

«Io ho capito quello che voleva dire il governatore ma ha usato i toni sbagliati: sembrava dirci “statevene a casa vostra”. Come anche Sala ha sbagliato con quel “ce ne ricorderemo”. Per fortuna sia Solinas che Sala hanno capito che non è tempo di litigare. Oggi i toni alla De Luca non servono a molto».

L’8 settembre, edito da Rizzoli, esce il suo nuovo libro, “Neoitaliani, un manifesto”.

«La Sardegna farà da apripista, perché in questo tour di anticiperò il libro, provando a ragionare sui tanti cambiamenti degli ultimi 15 anni. Ho voluto rifare un ritratto nazionale dopo “La testa degli italiani” del 2005».

Quanto sono cambiati gli italiani in 15 anni?

«Il 2005 era il momento della euforia legata a Berlusconi, il ricordo dell’11 settembre iniziava da allontanarsi. La crisi del 2008 era inimmaginabile. Da noi purtroppo è durata più che altrove, ha impoverito la classe media e questo ha aperto la strada ai populismi vari. E poi quando qualcosa cominciava a muoversi ci è arrivato in testa il Covid. Noi abbiamo l’illusione che la storia si sia fermata, ma la storia non si ferma. Le cose succedono. Pensiamo solo alla Sardegna: nel 1720 passava sotto i Savoia, nel 1820 subiva la legge delle chiudende che provocarono grandi ribellioni, nel 1920 contava i morti della prima guerra mondiale - è la regione che ha pagato il maggiore tributo -, ora nel 2020 sappiamo quello che stiamo vivendo».
 

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