Un foreign fighter tra la Sardegna e la Siria

Da Castelsardo a Damasco l’esordio di Lorenzo Di Las Plassas, giornalista e discendente dell’ultimo marchese di Barumini

Parla di Sardegna il romanzo d’esordio del giornalista di RaiNews 24 Lorenzo Di Las Plassas. “Lascia parlare il vento” (Baldini&Castoldi). Il giornalista vive a Roma ma con la Sardegna ha un legame forte. Nel romanzo si racconta di un foreign fighter che vuole compiere un attentato, di un artista che vuole realizzare la sua grande opera, e di un tredicenne che smette di parlare. C'è anche un misterioso anziano che manipola il vento nel giorno in cui si decidono le sorti dell’Europa: un mix di fatti reali e di fantasia.

Perché ha scelto la Sardegna?

«E’ stato naturale visto il forte legame con l’isola che cementa la mia infanzia. A Cagliari ma anche a Barumini, dove passavo alcuni giorni d’estate in una casa costruita sopra un piccolo complesso nuragico sepolto. Ora il sito archeologico è stato portato alla luce e la casa è diventata il Museo Casa Zapata, che è anche parte del mio cognome (Ingarao Zapata di Las Plassas). Il romanzo nasce in parte da un viaggio nel maggio 2015, partendo proprio da lì per ambientare le storia di un personaggio che avevo in mente. Sono tornato in alcuni luoghi cari e magici che avevo in mente, come la spiaggia di Piscinas, la miniera di bauxite, le dune e l’opera di Cascella. Poi, accompagnato dal mio amico poeta Massimiliano Rosa, sono stato a Tharros, Paulilatino e Bosa. Insieme abbiamo seguito il corso del Tirso e attraversato il ponte romano, tra bellezza e storia. Mi raccontava antichi aneddoti e mi sorprendeva, aprendomi il ventaglio delle tante culture sarde. Poi siamo stati a Burgos e al tempio di Monte d’Accoddi. Da tutto questo è nata l'idea per uno dei tre personaggi: Agustìn, artista catalano deluso dal mondo dell’arte che, trasferitosi a Castelsardo, vuole vendicarsi realizzando sulla rocca una grande opera che, secondo lui, cambierà il corso della storia dell’arte».

Un bel legame con l'isola il suo.

«Il mio rapporto con l’isola è quello tipico del luogo mitico dell’infanzia. Quella primavera della vita per me è coincisa con la Sardegna, con le sue estati che scorrevano interminabili. E quel contrasto tra l’oceano di nuda luce vibrante del giorno, e le penombre del palazzo di Cagliari, vestito di stoffe pesanti. Mi è rimasta nel cuore anche la scoperta di un mondo sommerso per quarant’anni: le lettere e i documenti che mio prozio Lorenzo Zapata, poeta e ultimo marchese di Barumini, aveva lasciato nei cassetti del suo studio».

I luoghi del romanzo ?

«Castelsardo è il luogo principale di ambientazione dove tutti i personaggi vivono. Loro non sanno neppure di avere qualcosa in comune, lo scopriranno solo il 30 settembre, giorno in cui immagino si svolga un summit a La Maddalena in cui si dovranno decidere le sorti dell’Unione Europea, e giorno in cui tutto il paese sale sulla rocca per assistere alla presentazione del lavoro di Agustìn. A Castelsardo vive il tredicenne Lupo che, inspiegabilmente, si rifiuta di parlare, e dove arriva Edoardo, un misterioso straniero che con il ragazzino instaura un rapporto di fiducia. Sempre a Castelsardo Ignazio, aspirante terrorista, se ne sta rinchiuso a montare un dispositivo per un micidiale attentato. Appena lì fuori c’è l’Anglona, con le “perle cadute da una collana spezzata”: la chiesa di San Pietro, la domus di Sedini, la domus dell’elefante».

I personaggi?

«Sono tutti caratteri universali. Di Agustìn ho già detto. E’ archetipico anche il personaggio di Ignazio, ingegnere trentenne di Cagliari che, anni prima, aveva scoperto di essere stato adottato, e che sua madre biologica è rinchiusa in un carcere di Damasco. Si era convertito all’Islam e si era fatto prendere dall’impellente desiderio di conoscerla. Unico modo per farlo, passare all’Isis. E Lupo perché non parla? Qui la metafora è assoluta: l’incomunicabilità. L’incapacità di decidere un percorso. Eppure c’è un motivo per cui Lupo non parla, ed è l’arrivo del maieuta Edoardo che lo mette di fronte alla realtà».

Si parla di terrorismo?

«La storia di Ignazio la ricostruiamo nei flashback: un percorso di addestramento al terrorismo. Lui cerca sua madre, e si arruola nell'Isis, grazie ai contatti con gli ambienti oscuri dell’islamismo di Cagliari che lo introducono presso un affarista turco, che diventa il suo mentore e sponsor e lo invia a un centro di addestramento per miliziani in Siria. Lì conosce un gerarca dell'Isis e diventa il suo assistente, in un rapporto sul modello padre-figlio. Ignazio non uccide e, quando torna in Sardegna, indossa i panni del terrorista. La parte siriana del romanzo è basata su una ricostruzione di fatti realmente accaduti».

E' stato assistente della Fallaci. Lo ha influenzato?

«Avevo 26 anni e per me Oriana Fallaci era un mito. Fu un caso incontrarla a New York (dove studiavo) e diventare il suo assistente. Ancora non immaginavo che avrei fatto il giornalista. Poi scoprii che il mito è meglio che rimanga nel suo alveo mistico e non scenda coi piedi in terra perché è diverso da come te lo aspetti. Quando ho iniziato a scrivere di Ignazio, certo ho avuto in mente le scene descritte in “Niente e cosi sia”, “Penelope alla Guerra” e “Inshallah”. Di sicuro mi porto dentro il ritmo della sua scrittura, un fiume in piena, un fiume in metrica che mi ha condizionato profondamente».

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