Via Crucis, l’arte che incontra il sacro

In mostra al Museo Diocesano Arborense di Oristano le opere di Nicola Filia

ORISTANO. Quella dell’arte che incontra il sacro è una strada segnata, battuta infinite volte. La ripercorre con la sua “Via Crucis” Nicola Filia, le cui opere da ieri accompagnano i visitatori della mostra ospitata al Museo Diocesano Arborense, dove l’allestimento sarà visitabile sino al 9 maggio. Il cammino dell’artista di Carbonia segue e si ispira a quello delle ultime ore della vita di Gesù Cristo. Lo fa però in un modo insolito partendo dal materiale usato, la ceramica – non da sola, visto che tra le cinquanta sculture ve ne sono anche in legno, gesso e ferro – a cui viene data dignità al di fuori delle botteghe. L’antica tecnica artigiana dei figoli viene sorpassata e si tramuta così in creazione artistica. Ma non solo nei materiali sta la vera novità: ciascuna opera che cristallizza le stazioni della Via Crucis, è accompagnata da un pensiero. In trecento caratteri, alcune donne che rappresentano campi particolari della società oristanese sono state chiamate dai curatori della mostra, Silvia Oppo e Antonello Carboni con la consulenza teologica di Don Michele Sau, a trasformare in scrittura i loro pensieri.

Ognuno dei quattordici momenti della Via Crucis è quindi segnato dalle loro parole. Le hanno scritte donne che si occupano di detenuti, di solidarietà e volontariato, di cultura, di scuola, di religione, di assistenza medica. Pensieri stampati sul muro, mentre davanti emergono le sculture di Nicola Filia, i quattordici momenti del Calvario. Colpisce la forma indefinita di ciascuna di loro simbolo e rappresentazione di tutta l’incompiutezza dell’essere umano, la cui caratteristica principale è la finitezza. Simmetricamente con la narrazione del cammino al Golgota, l’artista ricompone così, «attraverso la velocità e la precisione del gesto che vibra nella creta, la forza e l’intensità di momentanei e inesplorati stati d’animo. L’invito ultimo è quello di nutrirsi di umanità che, attraverso la bellezza, la preghiera, l’ascolto e l’incontro, è possibile esperire anche grazie alle meditazioni delle donne».


La ceramica, amata negli studi da ragazzo al liceo artistico Carlo Contini di Oristano e ora da Nicola Filia spogliata delle sue decorazioni geometriche e della sua levigatezza, assolve perfettamente a questo compito. Non è più strumento quasi esclusivamente di uso domestico, non è più ornamento. Nella sua imperfezione diventa, paradossalmente, materiale perfetto per una dissoluzione delle forme, qualcosa che somiglia al non finito proprio perché la compiutezza la si ritrova nella riflessione che accompagna il momento di osservazione dell’opera. È lì che anche gli stati d’animo restano indefiniti, interpretabili dall’osservatore prima ancora che imposte dall’artista.

L’esposizione, che inizialmente concentra più opere, si fa passo dopo passo meno densa sino ad arrivare al momento della resurrezione, isolato dagli altri e culmine dell’esposizione che consente, anche in un periodo di difficoltà, di proseguire il cammino nel mondo delle mostre. In questo il Museo Diocesano Arborense, sotto la spinta dell’arcivescovo Roberto Carboni, rinnova il rapporto millenario tra la Chiesa e l’arte.

Ovviamente la pandemia incide anche sulle visite. Le norme impongono orari ristretti e giorni contingentati e così, a parte l’inaugurazione di ieri pomeriggio, si potranno ammirare le opere di Nicola Filia il martedì dalle 10 alle 13, il mercoledì e il giovedì dalle 17 alle 20 e il venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 17 alle 20. È una piccola oasi, fondamentale nel deserto che la cultura è costretta ad attraversare da tantissimi mesi.
 

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