Orizzonte 2050, Italia e Sardegna invecchiano male

Per far capire quanto il BelPaese stia invecchiando il demografo Gustavo De Santis parla di se stesso: «Quando sono nato io, nel 1960, in Italia nasceva più di un milione di bambini all'anno. Nel...

Per far capire quanto il BelPaese stia invecchiando il demografo Gustavo De Santis parla di se stesso: «Quando sono nato io, nel 1960, in Italia nasceva più di un milione di bambini all'anno. Nel 2020 siamo arrivati a 400 mila, e così abbiamo bisogno di più ospizi e meno asili». Ordinario di Demografia all'università di Firenze dove si è laureato (massimo dei voti e lode) con Mario Draghi (tesi sul Fondo Monetario Internazionale), De Santis è presidente del sito www.neodemos.it, ha rappresentato l'Italia nella commissione Popolazione dell'Onu, è tra i componenti del comitato scientifico Istat ed Eaps (European Association for Population Studies). Autore - tra gli altri - dei libri “Demografia ed economia” del 1997 e dì “Previdenza: a ciascuno il suo?” del 2006, per centrare il tema invecchiamento-spopolamento, fa un salto oltre le Alpi. Prende ad esempio la Francia che ha quasi la stessa popolazione italiana: «Lì nascono ogni anno circa 800 mila bambini, il doppio che da noi». Più che il tasso di natalità lei dà importanza a quello di fecondità. “È nelle cose. Tra l'altro è un dato scientificamente più preciso. Indica il numero dei figli per donna: dovrebbe essere 2, invece noi sfioriamo 1.3. I bambini tra zero e 9 anni sono 4.892.494 (8,2 per cento), erano 5.531.023 (9,3) nel 2011. Ancora: il numero di anziani per bambino passa da meno di 1 nel 1951 a 5 nel 2019 (era 3,8 nel 2011). Ma non è un fenomeno recente, data da oltre vent'anni. Per contro sale il tasso di mortalità, si vive più lungo, e voi in Sardegna ne sapete qualcosa. È un bene maanche no perché – davanti a questi mutamenti epocali – non si è posto mano a un nuovo, moderno sistema di welfare».

Per quale motivo? Per cecità politica?

«La politica è ovunque lo specchio di un Paese. Anche i cittadini danno più importanza ai litigi, alle battute da talk show che alle analisi, alle cose di sostanza. In demografia, poi, i cambiamenti sono lenti. L'Italia è avviata verso il declino demografico, dovremmo cambiare rotta. Ma ogni transatlantico, quando muta direzione, va per inerzia, la direzione già presa è difficile da invertire. Bisognerebbe programmare a lunga gittata, invece si governa l'attimo, il giorno per giorno. E così non si affrontano i nidi più intricati».

Meno figli per donna diceva. Ma è la crisi della famiglia italiana?

«Il matrimonio, certo, è in crisi. Nel 2019 quelli civili e religiosi sono stati quasi 12 mila in meno che nell'anno precedente. Ma non è la crisi della famiglia. Si possono avere figli anche fuori dal matrimonio, anche senza essere sposati. Stiamo lasciando un vecchio modello ma non abbiamo il nuovo. Alla famiglia moderna non siamo ancora arrivati e chissà quando avverrà questo cambio di passo e di mentalità. Oggi siamo nel mezzo. Ecco, il crollo delle motivazioni anche ad avere figli, è un processo lento»

L'invecchiamento della popolazione è un fatto irreversibile? Che cosa dicono le statistiche a lungo termine?

«Ne abbiamo parlato recentemente a Neodemos col presidente dell'Istat Gian Carlo Blangiardo e col mio maestro, il professor Massimo Livi Bacci. Vivere più a lungo è un fatto positivo, soprattutto se si vive meglio, se c'è una rete efficiente di assistenza che oggi – è bene dirlo e urlarlo – non c'è.Il problema previdenziale è di primo piano, non può essere accantonato. Ma c'è soprattutto bisogno di giovani. Livi Bacci ha presentato uno studio per dimostrare che i Nobel per le discipline scientifiche sono stati assegnati, tutti e quasi sempre, a giovani. Le scoperte le fanno le menti fresche, i giovani hanno voglia di conoscere il mondo e anche di rischiare. Se ci priviamo di questa fetta di popolazione siamo destinati a non crescere, a non prosperare».

Ma è necessario creare le condizioni perché le coppie possano avere più figli.

«Oggi si sono invertite le cose: i giovani fino a 14 anni, rispetto allo scorso anno, sono centomila in meno e rappresentano il 13.5 per cento della popolazione. Gli ultra 65enni sono invece cresciuti di 160 mila unità e rappresentano il 22.6 per cento. Ma vorrei fare un'altra considerazione».

Prego, professore.

«Deve cambiare anche la definizione di anziano. Oggi un settantenne può essere, anzi è generalmente attivo, dinamico, ha un cervello che funziona perfettamente. Stando così le cose, occorre naturalmente – come si è osservato – aumentare il tasso di fecondità ma valorizzare i cosiddetti vecchi: che possono essere di sostegno a una società in profonda e continua trasformazione».

Ci sono previsioni a lunga gittata? L'Italia come si colloca?

«Intanto le previsioni demografiche vanno prese con le pinze. Le Nazioni Unite pensano che l'Italia – che a fine 2019 aveva poco più di 59 milioni di abitanti – si collocherà tra 40 e 50 milioni, cioè potrebbe perdere tra i dieci e i venti milioni di abitanti. Il mondo, che oggi ha sette miliardi e mezzo di abitanti, a fine secolo potrebbe invece arrivare a dieci miliardi. Ma gli incrementi di popolazione dovrebbero essere concentrati tutti in Africa, a meno che mutino radicalmente i costumi legati ai comportamenti sessuali. Gli abitanti, secondo lo studio dell'Onu, caleranno anche in Cina dove è prevista una fecondità sempre più bassa rispetto agli standard attuali: negli anni Cinquanta ogni donna cinese metteva al mondo sette figli, ora siamo – in termini statistici – a un figlio e mezzo».

Cresceranno le megalopoli, spariranno i piccoli centri.

«Questa è la tendenza. Lo vediamo anche in Italia. Lo spopolamento sarà molto accentuato nei paesi montani».

Un'ultima domanda: la pandemia. Qualche giorno fa ha detto che morire di corona virus è una cosa, morire con corona virus un'altra.

«Lo confermo. Le statistiche in questo campo sono veramente difficili perché problematica è la comparazione fra Paesi diversi dove le convenzioni possono essere differenti nell'attribuzione delle cause di morte. Nel 2020 due sembrano essere i confini sotto i colpi del Covid-19: il margine superiore dei 700 mila morti e il limite inferiore dei 400 mila nati. Uno scenario che, nella storia del nostro Paese, si era visto unicamente nel 1918 con l’epidemia di spagnola: determinò circa metà degli 1,3 milioni di decessi in quel catastrofico anno».

E la situazione in Sardegna. Lo chiediamo a Luisa Salaris, docente di Demografia all’Università di Pisa. «Tra il 2011 e il 2019 abbiamo perso 27.741 abitanti. Il calo è stato fortissimo nel 2019: la quota si è assottigliata di 10.636 residenti in un anno. La popolazione sarda continua a ridistribuirsi: si accentua lo spopolamento dell'interno mentre le coste sono più densamente popolate».

Si accentua anche l'invecchiamento?

«La composizione è già mutata: la struttura per età si mostra sensibilmente più vecchia di quella italiana. Nella nostra isola l'età media è di 46,8 anni contro i 45,2 del resto dell'italia. L’isola si colloca tra le regioni più longeve, l'Ogliastra detiene record a livello continentale e mondiale».

I giovani?

«Con l’ultimo censimento l’indice di vecchiaia (popolazione in età 65 e più) è salito di 58 punti, passando da 164,1 a 222,2. Ovvero: se nel 2011 ogni 100 ragazzi di 0-14 anni si avevano 164 oltre i 65 anni, oggi i 65enni sono più che duplicati. Nei paesi e nelle città vediamo più vecchi che ragazzi».

Nascite in calo?

«Nell’isola restano ancora troppo bassi i livelli di fecondità (mediamente circa un figlio per donna), numeri che non consentono un ricambio generazionale che richiederebbe un livello di fecondità di 2,1 figli per donna».

E gli immigrati?

«La popolazione residente straniera evidenzia che, rispetto al 2011, il numero è cresciuto del 7 per cento circa ogni anno, oggi abbiamo 52.329 stranieri. Ma la componente straniera è una quota contenuta, solo il 3,2 per cento contro un valore pari a 8,4 nazionale».

Un dato che va bene c'è?

«Sui livelli di istruzione: gli analfabeti (0,7 per cento) sono quasi dimezzati, mentre i residenti sardi con un titolo universitario e superiore sono passati dal 10 al 12,2 per cento. Dati in crescita ma bassi. Il Lazio è al 17,9».

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