Da 10 anni a Sassari: «Io, musulmano comunista, cerco dialogo e dignità»

Abdel Jamghili racconta il percorso che l’ha portato a vivere in Italia

Abdel si è incamminato presto verso il suo futuro. Dai 6 anni, prima elementare, fino ai 13 ha percorso a piedi tutti i giorni cinque chilometri all’andata e cinque al ritorno per andare a scuola. Che ci fosse pioggia forte, vento o il caldo infernale che solo il Marocco riesce a sbattere addosso alla sua gente, Abdel e altri bambini del villaggio, andavano a imparare a leggere e a scrivere, con il quaderno dentro un busta di plastica e tanti sogni nella testa. Almeno leggere e scrivere, almeno i figli maschi, aveva detto il padre di Abdel, che lui durante la resistenza alla colonizzazione francese si era sentito uno stupido perché non capiva i messaggi lasciati sulla porta del rifugio dai suoi superiori. Così Abdel andava e tornava, e quando tornava c’era da lavorare in campagna e poi lo studio al chiarore incerto di una lampada a olio, perché nel suo Douar, tipico villaggio contadino della regione centrale del Marocco, non c’era né elettricità né acqua. E non stiamo parlando dell’Ottocento ma del 1967, anno di nascita di Abdelkader Jamghili, che è stato il primo abitante del suo borgo rurale a laurearsi e che oggi vive e lavora a Sassari con la moglie e una figlia e da dove non tornerà indietro «perché voglio che le donne della mia famiglia vivano in una società che le rispetta, dove possono studiare – mia figlia adesso frequenta il liceo con bei risultati –, dove possono uscire da sole, dove avranno un lavoro e dove hanno gli stessi diritti degli uomini. Insomma, dove saranno libere di scegliere la propria vita».

LA PROMESSA

Era quello che si erano promessi lui e Latifa già dai tempi dell’università a Fes, grande e bellissima città imperiale dove l’ateneo monumentale Al Qarawiyyin è considerato il più antico del mondo. Si erano conosciuti fra le aule della facoltà, Lingua e letteratura araba lui e Sociologia lei, dove all’epoca si poteva entrare solo a numero chiuso perché gli studenti di Sociologia erano i più politicizzati e il Governo non voleva che se ne “assembrassero” troppi. E infatti loro erano militanti del movimento studentesco marxista-leninista: insieme ai compagni indicevano assemblee, organizzavano manifestazioni. «Durante una di queste ci hanno arrestato, ci hanno tenuto per qualche giorno e poi rilasciato. Ma in quel momento niente ci spaventava, credevamo nelle nostre idee, eravamo appassionati, volevamo migliorare il nostro Paese». Poco prima della laurea (che manco a dirlo è stata vissuta come un grande evento dagli abitanti del villaggio) è arrivato il matrimonio, ma il padre di Abdel non si sarebbe goduto né una festa né l’altra perché se ne era già andato a causa di una malattia. Poi vennero gli anni del lavoro intenso in una fabbrica, diversa da quella dove aveva fatto l’operaio per mantenersi agli studi alle scuole superiori e all’università. Nella nuova azienda è arrivato anche il riconoscimento del suo titolo di studio e delle sue capacità. Alla fine degli anni Novanta era responsabile della formazione e del prodotto, insomma aveva fatto carriera e percepiva uno stipendio del tutto dignitoso. «Non è per i soldi che ce ne siamo andati – racconta –. Mia moglie non riusciva a trovare lavoro, come donna era vittima di continue discriminazioni e non aveva prospettive. Dal punto di vista politico le cose stavano peggiorando. Ci siamo detti: ma davvero vogliamo che i nostri figli crescano in una società come questa?».

LA FOLLE IDEA

Così è maturata la folle idea di arrivare in Europa senza documenti, da clandestini. Grazie all’appoggio di alcuni parenti che da tanti anni vivevano in Sardegna sono approdati a Sassari. Prima lei, che era partita da Fes incinta, e dopo 7 anni, con un permesso del tribunale dei minori, Abdel nel 2011 è finalmente riuscito a ricongiungersi alla famiglia.

«Possiamo dire che questa è stata la mia prima vita – dice Abdel sorridendo –, di cui non rinnego nulla e anche se alla partenza dalla mia terra avevo un gran magone adesso non tornerei più indietro». Perché lui qui non si è mai sentito vittima di pregiudizi e tantomeno di razzismo. «Sarà perché per carattere cerco sempre la via del dialogo. Certo, ho assistito ad aggressioni verbali nei confronti di altri stranieri e sono intervenuto perché i miei ideali mi impongono di stare sempre dalla parte dei deboli, degli indifesi, di coloro a cui non vengono riconosciuti i diritti, di chi viene sfruttato dai padroni. Sono contro il capitalismo». Comunista musulmano? «In qualche modo sì, sono credente ma non pratico. L’estremismo religioso è un’aberrazione, i primi a soffrirne sono proprio coloro che credono in Dio e nei principi della loro religione. Per quanto mi riguarda in generale sono per la libertà. Non voglio possedere niente di più del necessario per vivere e studiare. E credo fermamente nella dignità del lavoro, qualunque esso sia».

LA DIGNITÀ DEL LAVORO

Abdel in questi anni ha raccolto olive ed è stato il direttore di un centro di accoglienza per migranti medio-grande, ha assistito anziani, ha lavorato nella reception di un albergo e ha conseguito il titolo di Mediatore culturale, è diventato perito traduttore per il tribunale e ha fatto l’imbianchino. Tutto – dice lui con il sorriso sulle labbra e quella gentilezza che solo gli arabi sanno porgere al prossimo – con lo stesso entusiasmo e la stessa curiosità.

LO STUDIO

Una curiosità che lo ha portato a migliorare sempre: per quattro anni ha prestato servizio come volontario sulle ambulanze della Misericordia («in fabbrica in Marocco avevo fatto il corso di primo soccorso e qui ho voluto mettere in pratica le mie competenze e acquisirne altre, così ho preso il patentino di soccorritore e mi sono immerso in una realtà nuova, mi sono messo al servizio degli altri, è stata una bellissima esperienza»), ma non contento Abdel si è iscritto all’università, al corso di Mediazione linguistica e culturale, e si sta per laureare: «Quando mi hanno detto che la laurea presa in Marocco in Italia non poteva essere riconosciuta mi sono ripromesso di ricominciare tutto da capo e laurearmi anche qui. Quando diventerò cittadino italiano, inshallah, sarò dottore due volte. Non che mi interessi il titolo, sia chiaro, io voglio studiare, voglio conoscere». Le stesse ragioni che lo devono aver indotto a diventare cintura nera IV Dan di taekwondo: «Ero già cintura nera di Apkido, un’arte marziale coreana che qui non viene praticata, così mi sono avvicinato al taekwondo portando mia figlia in una palestra in città. Assistevo alle lezioni e poi andavo ad allenarmi di notte al tappetino dopo il lavoro, perché non avevo i soldi per frequentare i corsi. Un giorno il maestro mi ha visto per caso e mi ha invitato ad andare in palestra, un gesto di generosità che non dimenticherò. Sono diventato cintura nera e adesso lo affianco nelle lezioni». Di persone che lo hanno aiutato in questi anni Abdel ne ha incontrate parecchie, da Gianni che lo ha accolto nella sua palestra, a Speranza, che lo ha segnalato per il lavoro come guardiano notturno al centro di accoglienza (è stato lui, poi, a saper trasformare l’occasione in un’opportunità) a tanti altri, come l’insegnante di italiano per stranieri e gli amici e conoscenti che lo hanno coinvolto in tante avventure.

IL FUTURO

Ma c’è da chiedersi, dopo 10 anni e un bilancio più che positivo del periodo trascorso in Italia, che cosa ci sia nel futuro di Abdel, quali siano i sogni nel cassetto: «Non ho un progetto lavorativo preciso. Ripeto che qualunque lavoro deve essere fatto con impegno, passione e dignità. Non voglio raggiungere una “posizione”, se questa è la domanda, perché la posizione io ce l’ho qui – dice appoggiandosi la mano sul cuore –. È dentro di me e non ha niente a che fare con risultati materiali, con uno stipendio alto o ancor peggio con l’accumulazione di beni. Sono venuto in Italia per conoscere questo luogo, la sua lingua - che coincide con la sua identità -, per sapere quali fossero i miei diritti e i miei doveri in questa comunità, per fare la mia parte. Il lavoro è un aspetto importante della vita ma c’è la famiglia, la voglia di confrontarsi con gli altri, vivere momenti di socialità e svago e così diventare migliori. Ecco, la mia posizione io l’ho già raggiunta».

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