L’agnello tra gioia e dolore, nella storia del popolo sardo riunisce le famiglie a tavola

Un animale simbolo nell’isola, per i pastori rappresenta ricchezza e prosperità.  È al centro del libro di ricette “Sa Mandra” in edicola sabato 3 aprile con il giornale

Pungente e sarcastico, come sempre quando saliva sul palco, il poeta Remundu Piras. Classe 1905, nato e cresciuto a Villanova Monteleone, il maestro indiscusso delle gare a bolu ebbe modo di sfidare a suon di versi improvvisati un ladro patentato di bestiame impersonato da un altro illustre poeta popolare, Andrea Ninniri di Thiesi. Mentre un altro pastore ancora, il terzo poeta in gara, Antoni Piredda, gabbato a sua volta, era disposto a perdonare come fece Cristo morente in croce, Remundu Piras non era esattamente sulla stessa linea. Tanto che la sua ottava in endecasillabi è praticamente passata alla storia: «Ma Gesù Cristu fit nullatenente, / no aiat cuile nè masone. / In rughe at peldonadu unu ladrone / chi furaiat dae atera zente. / A issu né belveghe né anzone / no l’at mai tocadu pro niente. / Deo che Cristos peldonare dia / su ladru chi no tocat robba mia». S’anzone, infatti, era l’emblema della ricchezza, del benessere, era il futuro prossimo per qualsiasi pastore alle prese con il duro lavoro dell’ovile.

S’anzone o angione che dir si voglia, per stare alla lingua sarda; agnoni in sassarese e anche in gallurese. Croce e delizia, gioia e dolore, nella cultura popolare e nella società post-Rinascita della Sardegna. «Per le famiglie dei pastori, l’agnello è simbolo di prosperità – scrive Rita Pirisi nel suo libro di ricette classiche e moderne “Sa Mandra”, in edicola sabato prossimo con La Nuova Sardegna (a soli 7,50 euro più il prezzo del quotidiano) –. Innumerevoli sono i modi e le ricette che utilizzano ogni sua parte – va avanti Pirisi –. Di questo prezioso animale nulla si doveva perdere, anche la sua pelle e la soffice lana, conciata e filata, diventava giubba, ghette o berritas. Sacrificare un agnello era un rituale propiziatorio e sinonimo di festa. Cibarsene era consapevolezza».

Parole che colpiscono nel segno, ancor di più in questa settimana carica di riti ancestrali e misteriosi. È nella Settimana santa, e soprattutto nella Pasqua che l’agnello palesa il suo carico simbolico. Incarnazione per i cristiani. Morte e resurrezione. Tragedia e festa. Proprio come succede nelle case dei sardi, nella tradizione profana derivata dall’età nuragica che ancora oggi esiste e resiste. Da una parte il dramma sempre attuale di un mercato che ignora o addirittura tarocca il marchio sardo, quell’agnello di indicazione geografica protetta che non riesce a trovare i canali di vendita che merita, con tutti i danni che ne derivano all’economia agropastorale dell’isola. Dall’altra, la solennità, il tripudio delle famiglie riunite attorno alla stessa tavola davanti a un simbolo di rinascita che accomuna ogni angolo della Sardegna nel segno dell’agnello.

Agnello sacrificale, ma anche agnello per il rigenerare il proprio gregge e dunque assicurarsi un futuro. È la legge della natura che fin da Omero governa i pascoli e l’arte del formaggio. Tant’è vero che spesso il piccolo animale indifeso e il pastore vivevano una vita in perfetta simbiosi. Ecco perché il furto degli agnelli era un furto sacrilego: il pastore che lo subiva, subiva un danno e subiva un affronto. È ancora una volta la poesia a testimoniarlo: «A narrer un’anzone amigu meu / t’at bènnidu addainanti attraessende? / Nàrami si l’as bida, gasi Deu / ti guardet sas ch’istas pasturende. / Accomi dai eris a curreu / da’ una punta a s’àttera isperiende / cun cuddu cuidadu, pena e affannu / podes crèer tue ch’ischis itt’est dannu» è una famosa ottava tratta delle canzoni di Pisurzi, primo vero poeta popolare di lingua sarda logudorese. Nato nel 1707 a Bantine, nei pressi di Pattada, la sua figura e soprattutto la sua opera è stata ricostruita in un voluminoso saggio di Giancarlo Porcu (edizioni Il Maestrale, 2017) che così traduce i versi appena citati: «Per caso, amico mio, ti è passata davanti un’agnella mentre per di qua andavi? Dimmi se l’hai vista, così Dio sorvegli quelle di cui tu sei pastore. È da ieri che scrutando faccio la staffetta da un’altura all’altra, con quale premura, pena e affanno puoi ben capirlo tu che sai quant’è grave un tale danno».

Debole e inerme, eppure così determinante, s’anzone, nella vita dei sardi. Disarmato e incapace di difendersi, proprio come i pastori in balia del tempo e delle intemperie. Emblematica la scena descritta da Gavino Ledda nel suo long seller “Padre padrone”. «Lui non deve studiare – dice il padre Abramo alla maestra del figlio, ancora alle prese con la scuola elementare –. Ora deve pensare a crescere. Quando sarà grande la quinta elementare la farà come fanno molti prima di arruolarsi. Lo studio è roba da ricchi: quello è per i leoni e noi non siamo che agnelli» chiude portandosi dietro il piccolo Gavino. Lo scrittore di Siligo che anche in età avanzata torna sul tema svariate volte. Fino al “Novelliere gaìnico” con “I cimenti dell’agnello”, “Sos chimèntos de s’anzòne”. S’anzone come scrigno di storia della Sardegna. “L’agnello” è non a caso il titolo del film d’esordio del regista sassarese Mario Piredda, del 2019. Proiezioni ritardate per via del Covid, ma subito dopo già foriere di premi e riconoscimenti vari, la pellicola racconta il dramma delle scorie radioattive nell’isola. Le primissime inquadrature sono dedicate alla nascita di due agnellini: uno nasce sano, l’altro nasce deforme. Un altro esempio di dualismo simbolico legato a s’anzone. Croce e delizia, appunto. Simbolo della Sardegna, animale-bandiera di cui non si butta via nulla, strano a dirsi, quasi fosse come il maiale che ha pure un suo rituale proprio, dall’allevamento alla macellazione, fino alla conservazione e distribuzione delle carni. Così è anche per l’agnello, in scala ridotta e per pochi eletti: cervella e còrdula sono riservati agli amici più stretti; la testina agli anziani di casa; su tatàliu agli ospiti. Secondo ricette che Rita Pirisi mette ora a disposizione di chiunque con questo su libro “Sa Mandra”. Un libro tutto da gustare.

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