«Noi siamo sardi», la poesia non è di Grazia Deledda

Anche “Ulisse” su Rai 1 ha attribuito il testo al premio Nobel. Il filologo Manca: «Mancano le fonti e lo stile non è il suo»

La puntata di “Ulisse – Il piacere della scoperta” dedicata alla Sardegna e andata in onda il 16 aprile scorso su Rai 1 è stata a tutti gli effetti una celebrazione dell’isola. Le meraviglie giunte fino a noi da epoche lontane, il periodo dei Giudicati, paesaggi e relative immagini incantevoli. Tutto bene, quindi? Sì, non fosse per un piccolo particolare, che testimonia una volta di più come la facilità e la rapidità con cui si veicolano le informazioni in questi nostri tempi tecnologici si possano rivelare degli alleati estremamente infidi. Perché, a pochi minuti dai titoli di coda, la redazione ha pensato di inserire un testo che da anni gira fuori e dentro l’internet accompagnato dalla dicitura “poesia di Grazia Deledda”. Si tratta di “Noi siamo sardi”, una quindicina scarsa di righe ad alto tasso di retorica “patriottica”: «Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto», e così via. Peccato che l’attribuzione alla nuorese – cui Daniela Cossiga ha prestato la voce per la lettura, nonché il volto per un breve filmato – sia, per ricorrere a un blando eufemismo, incerta. Ci dice Dino Manca, docente universitario, filologo e tra i massimi studiosi della Deledda: «La poesia le viene da anni attribuita ma per quante ricerche abbia fatto non ho mai trovato la fonte. Peraltro nel testo vulgato ci sono alcune spie linguistiche che dovrebbero indurre a maggiore cautela in quanto allotrie rispetto al suo usus scribendi. Tuttavia mantengo il giudizio sospeso. Questo però non ci deve stupire. In filologia l’errore più insidioso è quello mascherato d’autenticità, il testo contaminato che tende ad assomigliare all’originale. Si pensi alla poesia “Prima vennero per gli ebrei” erroneamente attribuita a Bertolt Brecht e verosimilmente ripresa e riadattata da un sermone di Martin Niemöller. Oppure la celeberrima “Lentamente muore” di Martha Medeiros notoriamente attribuita dagli internauti a Pablo Neruda».

Va sottolineato che il programma condotto da Alberto Angela arriva buon ultimo. Giusto per richiamare alla memoria qualche occasione, la presunta “poesia della Deledda” (presunta anche in quanto poesia, a esser sinceri) è stata usata dalla Dinamo, ad esempio per Sa die de sa Sardigna nel 2018, dal Cagliari nel 2019 come manifesto dei valori dei sardi dopo i “buuu” rivolti dai tifosi della squadra all’interista Lukaku, da Milo Manara nell’estate del 2021 per esprimere vicinanza alla Sardegna devastata dagli incendi. Ma se di attribuzioni spericolate è piena la storia dell’umanità, a segnare un sensibile scarto con quanto accadeva in precedenza sono, ovviamente, il mezzo di diffusione delle informazioni e la sua capacità di recapitarle ai quattro angoli del pianeta nel volgere di un istante. Quando poi una notizia, una voce, una diceria, per quanto sbagliate o assurde possano sembrare o essere, sono state condivise dagli utenti di un social e dell’altro (e da un social all’altro), riuscire a smentirle diventa impresa irrealizzabile. Così ancora Manca: «Paradossalmente l’informatizzazione ci sta riportando al Medioevo quando il testo prodotto veniva spesso fruito e utilizzato non come opera individuale ma come espressione di una cultura comune. Qualsiasi opera tendeva, infatti, a diventare nella circolazione patrimonio condiviso di una comunità, che se ne appropriava e lo riadattava ai nuovi contesti situazionali e culturali. Per questa ragione in molte opere spesso mancava l’attribuzione e la loro circolazione avveniva nell’anonimato. Infatti, ciò che contava non era tanto l’auctor e l’originalità di un suo contributo quanto l’auctoritas di una tradizione, quindi il testo stesso, la sua fruizione, le metamorfosi che subiva nelle svariate modalità di trasmissione. Questo però pone oggi evidenti problemi legati alla “verità”, del testo e delle cose. L’“efficacia” nell’era di internet spesso sostituisce la “verità”, la manipola. La verità è “fatticità” nel senso che ci sono i fatti e ci sono le interpretazioni. Senza la determinazione del fatto, qualsiasi interpretazione è inficiata ab origine. Alla filologia resta il compito di stabilire la verità del testo, senza la quale si rischia di non determinare la verità delle cose. La qual cosa pone a tutti domande ineludibili sul futuro della nostra democrazia». Anche perché rispetto al passato è cambiato un ulteriore elemento, non esattamente irrilevante: la disposizione, perfino anche solo la disponibilità, alla verifica delle fonti. E dato che la risposta al dubbio «Mi posso fidare?» è sempre più spesso «Sì che posso: l’ho letto su Facebook» (o Google, o Instagram o un qualsiasi equivalente), i nostri tempi si vanno facendo sempre più confusi, e bui.

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