L’arte di Antine scorre tra storie, colori e suoni

L'architetto Enrico Peressutti e Costantino Nivola

Fino al 15 luglio a Orani la riproduzione del fregio per lo show room dell’Olivetti. Straordinaria esperienza di videomapping per raccontare l’artista e la metropoli

Come esporre l’arte nata per dei contesti pubblici? Come supplire al passaggio delle ombre e della luce del sole che accarezza o rileva le superfici, specialmente se il dialogo con l’architettura, l’immersione nel mondo – con i suoi suoni e colori– sia stata pensata come fondamentale, irrinunciabile, dalla mente dell’artista.

Il Museo Nivola di Orani propone una soluzione e lo fa nella mostra “Nivola&New York. Dallo Showroom Olivetti alla Città incredibile” visitabile fino al 15 luglio e curata da Giuliana Altea, Antonella Camarda, Luca Cheri e Carl Stein. Una proposta espositiva che farà storia e che si pone fin da questa primavera come l’evento di arte visiva più stimolante del cartellone sardo. Al centro della mostra la riproduzione in grandezza naturale del grande rilievo realizzato dall’artista di Orani nel 1954 per lo showroom Olivetti di New York, l’elemento centrale di un’installazione che simboleggiava il cielo, il mare e la spiaggia. Il lavoro per quello che fu definito “il negozio più bello della Fifth Avenue”. Un omaggio alla cultura e alla natura dell’Italia mediterranea che aprì le porte della committenza pubblica a Costantino Nivola e «fu l’inizio del successo del Made in Italy negli Usa» come precisano i curatori. Dopo la chiusura del negozio nel 1969, il fregio fu ricollocato nel 1973 nell’Università di Harvard, per volontà dell’architetto Josep Lluís Sert.

La grande e bella sala del Lavatoio, luogo deputato del museo per le mostre temporanee, ha un presagio che arriva dai numeri: la parete è esattamente lunga quanto il bassorilievo americano, 23 metri e ne può accogliere, con largo respiro, i 5 di altezza. Sono 101 metri quadri, «uno dei più grandi progetti di riproduzione tridimensionale di beni culturali con fresatura robotica mai realizzato», spiegano dal museo. Una superficie bianca in rilievo con la ruvidezza della sabbia – la tecnica del sandcasting prevede un gettito di cemento su una forma in negativo realizzata con la sabbia – superficie che viene percorsa dalle immagini, forme arcaiche e modernissime, percorrono i rilievi e ne sottolineano le scabrosità. Un’esperienza di videomapping che diventa racconto nel tempo dell’opera di Nivola, sfuggendo dalla missione impossibile della riproduzione filologica, della copia esatta, ma che non può trascinare con sé quel rapporto con l’architettura per cui l’opera fu pensata e di cui si parlava.

Senza tradire lo spirito dell’artista l’esperienza visiva porta oltre, verso il divenire del pensiero di Nivola, l’atmosfera arcaica e mitica si fonde con i suoni della città (e le sue tumultuose metropoli sono esposte alle pareti) al jazz, anch’esso selvaggio e matematico, una colonna sonora avvolgente che immaginiamo arrivare dalle strade della metropoli. Durante la proiezione i colori mutano dai delicati monocromi naturali per arrivare alle tonalità squillanti degli anni Settanta. Un grande pannello divide la sala e ospita la linea cronologica dei lavori pubblici di Nivola a New York e una serie di opere e bozzetti, una struttura-cesura per creare il buio utile per la proiezione.

Un video da conto della vicenda delle Stephen Wise attraverso le testimonianze dei cittadini e del restauro dei cavallini del famoso giardino progettato da Nivola e Stein. «I cavallini – dice il direttore Luca Cheri – sono una delle invenzioni più gioiose di Nivola, e dopo la protesta sollevata dalla minacciata distruzione nel 2021 sono diventati il simbolo della capacità dell’arte di Nivola di toccare il suo pubblico».

Sia chiaro, l’esposizione del Nivola è ben lontana dalle varie proposte immersive di immagini e suoni che vengono proposte da qualche anno. Operazioni legittime e sicuramente divertenti ma che solo in piccola parte restituiscono il senso delle opere d’arte. «La mostra – dice Giuliana Altea – ruota intorno a questo straordinario rilievo. La riproduzione consente di osservare da vicino i dettagli di una scultura il cui originale, conservato a Harvard, è difficilmente visibile». Un altro risultato importante sottolineato dal Museo è la estesa collaborazione per realizzazione del rilievo frutto del progetto di “Digital humanities Nivola X Olivetti”, che ha visto collaborare con la Fondazione Nivola le università di Harvard e di Sassari, il CRS4 – Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori in Sardegna, l’ISTI – CNR - Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione “Alessandro Faedo” di Pisa, Make in Nuoro – il fab lab della Camera di Commercio di Nuoro, l’Archivio Olivetti di Ivrea e la Fondazione Olivetti di Roma. «Tutto frutto della collaborazione fra umanisti, scienziati e imprese. È lo stesso spirito di sperimentazione e innovazione che ha caratterizzato l’approccio di Nivola ed è stato tratto distintivo dell’Olivetti» dice Antonella Camarda. Una collaborazione tra tecnologie, creatività e persone che sarebbe sicuramente piaciuta a Costantino Nivola.

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