All'Asinara 88 anni dopo il ricordo degli etiopi deportati dai fascisti: il video-racconto
Sassari Yeweinshet Beshah-Woured compirà 94 anni il prossimo 13 settembre, ma nei suoi occhi celesti, profondissimi, si vede ancora quella bambina: sei anni appena quando, nel 1937, venne strappata alla sua casa di Addis Abeba, deportata in Italia, all’Asinara, insieme alla madre e al fratello. Il padre, funzionario vicino all’imperatore Hailé Selassié, era stato fucilato dai fascisti. Allora lei partì senza sapere dove stava andando e cosa sarebbe accaduto. Oggi è tornata, 88 anni dopo, consapevole. Con lei sessanta etiopi, una delegazione dei discendenti dei quasi 300 prigionieri e prigioniere – tra cui ambasciatori, ministri, alti funzionari dell’Impero e i loro familiari – che il regime fascista deportò all’Asinara tra il 1937 e il 1939, in seguito all’attentato contro il Viceré Rodolfo Graziani. Donne e uomini, bambine e bambini costretti a vivere un incubo di paura e miseria. I sopravvissuti riuscirono a ricostruirsi un’esistenza. Altri e altre no. Con l’isola condividono l’eternità. Per ricordarli, sono arrivati da ogni parte del mondo – Stati Uniti, Canada, Germania, Francia, Inghilterra, Etiopia – chi con addosso abiti tradizionali, chi con fotografie in bianco e nero tra le mani e una quiete luminosa sui volti. Nessun rancore. Nessuna ricerca di colpe e colpevoli. Solo la forza composta della volontà di restituire dignità e memoria, etiopi e italiani insieme. Davanti all’ex ospedale di Cala Reale, sotto un sole cocente e una brezza leggera, è stata scoperta una targa commemorativa che finalmente restituisce un nome e un luogo a quel capitolo doloroso e taciuto della nostra storia. E lì, in quel momento tanto atteso, è accaduto qualcosa di raro e necessario: «A nome dei cittadini italiani, vi chiediamo scusa per quanto inflitto al vostro popolo», ha tuonato senza remore Paola Fontecchio della cooperativa Sealand Asinara, curatrice dell’evento (a cura di rachele falchi).
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