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«Testa Usa e cuore slavo ecco la Dinamo che verrà»

Coach Enzo Esposito si prepara alla sua avventura alla guida del Banco «La squadra è quasi fatta, ora andiamo a caccia di una coppia di lunghi»

SASSARI. Da giocatore pretendeva non meno di 30 minuti e 15 tiri a partita. Da allenatore ha fatto la gavetta partendo dalle “minors”, ha conosciuto la disoccupazione e la normalità di un lavoro come barista, poi è iniziata una scalata decennale che l’ha portato sino al premio come miglior coach della serie A per la stagione 2016-’17. La sfida di Enzo Esposito, nuovo coach della Dinamo, è anche quella di un uomo che ha imparato ad adattarsi a tutte le situazioni.

Coach Esposito, è vero che ha fatto anche il barista?

«Certo, per due anni a Gran Canaria, e non me ne vergogno affatto».

Però fa un po’ strano, per uno che ha giocato in Nba.

«Allora potrebbe fare strano anche il fatto che da allenatore io sia partito dal basso. Invece quella in parte è stata una fortuna. Ho girato l’Italia, ho fatto esperienze importanti, ho anche preso qualche mazzata. Ma tutto questo oggi fa parte del mio bagaglio di allenatore e di persona. Anche da giocatore sono stato in tantissime piazze, ma tra fare il giocatore e allenare c’è un abisso. La gavetta, da questo punto di vista mi ha fatto crescere tanto».

Lei da giocatore è stato una stella assoluta. Si dice però che avesse un caratterino non facile.

«È vero, ma tutti i giocatori di talento sono un po’ anarchici e complicati da gestire. Non ero sicuramente un soldatino, avevo la mia personalità, e ce l’ho ancora. Ma so cosa è il rispetto e tutte le esperienze di cui ho detto prima mi hanno permesso di rapportarmi in maniera schietta e sincera con persone di ogni genere, anche ora che devo gestire lo spogliatoio».

In questo c’è anche lo zampino della cultura americana?

«Sicuramente. Ho una figlia americana, ormai sono quasi vent’anni che mi sento molto vicino alla cultura di quel Paese. Se non capisci la loro mentalità, entrare in sintonia con i giocatori americani può essere complicato, anche per un coach».

Dei tanti allenatori che ha avuto, chi le ha lasciato l’impronta più profonda?

«Ho avuto la fortuna di essere allenato da coach come Gamba, Scariolo e Messina. Ma quelli che più hanno inciso a livello personale sono Marcelletti, con il quale ho avuto la fortuna di vincere lo scudetto nella mia Caserta, e Tanjevic. Non a caso, sento di avere una cultura del lavoro che si avvicina a quella slava».

Quel giorno ha detto anche di non avere un’idea di squadra fissa e di adattarsi al materiale a disposizione. Quindi la sua che Dinamo sarà?

«Con i giocatori che erano già sotto contratto e con la firma di Smith, Petteway e Gentile direi che la squadra ha già una fisionomia ed è praticamente al completo nel reparto esterni: in quei ruoli voglio giocatori in grado di ricoprire due ruoli sia offensivamente che difensivamente».

Il tipo di centri che prenderete daranno un’impronta importante alla squadra.

«Sostanzialmente mancano all’appello due lunghi, che stiamo cercando senza particolare fretta, ben sapendo che sul mercato ci vanno anche società che hanno budget molto superiori al nostro, ma anche che la Dinamo in questi anni ha costruito una grande credibilità».

A proposito, due persone dal carattere forte come lei e Sardara conviveranno in maniera tranquilla?

«Penso proprio di sì. C’è grande rispetto e ho trovato subito grande fiducia. In ogni caso a me il confronto piace e, come dicevo prima, caratterialmente sono un po’ diverso rispetto a quando giocavo».

Anche di Petteway si dice cha abbia un caratterino...

«L’ho avuto a Pistoia, era il suo secondo anno in Europa. Come tutti gli americani, ha impiegato la prima metà della stagione a guardarsi intorno, poi quando ha capito certi meccanismi ha fatto vedere tutto il suo valore. Comunque non mi interessa affatto avere degli “yes-men”: giocatore forte, personalità forte».

Come ha convinto Marco Spissu ad accettare un ruolo marginale nel roster?

«Appena arrivato ho parlato con lui e con gli altri giocatori sotto contratto. Ho chiarito la mia idea di squadra e il tipo di utilizzo dei singoli. Questa idea naturalmente può essere modificata e aggiustata in corsa, non è fissa, ma per me è importante che ci sia chiarezza da subito. Marco ha accettato il ruolo e l’idea di squadra, e questo è più importante dei minuti».

Usa i social e legge i commenti dei tifosi?

«No, zero. A volte mi incasino persino con whatsapp. Ma è solo perché sono un po’ all’antica e perché quando esco dal campo stacco tutto».

Il paragone con Meo Sacchetti in questi anni sembra avere in qualche modo “schiacciato” i suoi successori.

«In un certo senso è normale, quando uno ottiene certi successi. Io nel triplete di Sassari rivedo molto quanto successo nei miei anni a Caserta. Certe cose vanno godute quando succedono ma fare paragoni è controproducente.Poi è giusto che il tifoso faccia il tifoso, non puoi entrare nella testa di 5 o 10 mila persone. L’importante è che gli addetti ai lavori tengano la barra dritta».

Qual è l’obiettivo del Banco?

«Noi faremo di tutto per avvicinarci a quella
Dinamo vincente, ma la cosa più importante è che la società sia solida. Non è simpatico fare paragoni, ma Sassari è ancora in una fascia medio-alta, mentre tante altre società hanno vinto lo scudetto e poi sono retrocesse subito o hanno avuto grossi problemi. Questo è giusto ricordarlo».

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