"La Fluorsid ordinava e io sotterravo i rifiuti"

L'inchiesta per disastro ambientale: uno degli operai interrogati dal pm ha spiegato come avveniva lo smaltimento spiegando che ubbidiva senza batter ciglio perché non voleva perdere lo stipendio

CAGLIARI. Le direttive sullo smaltimento del gesso e degli altri residui di lavorazione del fluoro arrivavano dalla Fluorsid e non soltanto dalla ditta Ineco che aveva in appalto il servizio. È stato il capo operaio Marcello Pitzalis a rivelarlo nel corso del faccia a faccia sostenuto al carcere di Uta con il pm Marco Cocco, titolare dell’inchiesta per associazione a delinquere in inquinamento e disastro ambientale che ha portato martedì scorso all’arresto di sette persone, di cui due in custodia domiciliare.

Attraverso il difensore Gigi Sanna l’indagato aveva annunciato fin dall’altro ieri la propria disponibilità a riferire quanto ha fatto e visto nei dodici mesi in cui ha lavorato per l’Ineco del patron Armando Bollani e nelle quattro ore e mezzo di colloquio con il magistrato ha confermato punto per punto gli elementi raccolti dal Corpo Forestale nei due anni d’indagine.

Il trasporto. Pitzalis è stato categorico: il suo compito e quello della sua squadra di operai era di trasportare il materiale dallo stabilimento di Macchiareddu alla discarica di Terrasini, dove veniva stoccato e successivamente spedito via mare agli acquirenti. Se durante il lavoro sorgevano difficoltà o emergevano perplessità su come operare, l’ordine era preciso: «Dovevo telefonare ad Alessio Farci - ha spiegato Pitzalis al magistrato - ed era lui come responsabile della produzione Fluorsid a darmi le indicazioni necessarie. Se poi non aveva immediatamente la risposta, chiamava qualcun altro, ma non so chi». In altre parole: le disposizioni di servizio arrivavano dall’alto e Pitzalis - l’ha detto e ripetuto - non poteva che eseguire senza batter ciglio.

Lo stipendio. Il rischio, in caso di rifiuto, sarebbe stato la perdita di un lavoro conquistato da appena dodici mesi: «Che cosa potevo fare? - ha detto l’operaio al pm Cocco - lo stipendio mi serve per mandare avanti la famiglia». Quindi zero discussioni, Pitzalis faceva quello che gli dicevano di fare. Comprese le operazioni peggiori, come movimentare i cumuli di gesso senza alcun sistema di abbattimento: «La polvere volava dappertutto - ha riferito - non avevamo nulla per fermarla, bastava una folata di vento e si formava una nube». Il capo operaio ha fatto qualche esempio: «Bastava che passasse un’automobile e immediatamente si sollevava polvere, il vento faceva il resto».

Buche nel gesso. Ci sono anche alcuni episodi, raccontati da Pitzalis, sui quali sarà indispensabile indagare: «In alcune occasioni ho avuto l’ordine di scavare buche profonde nella collinetta di gesso e di buttarci dentro un materiale che arrivava dalla Fluorsid, non so che cosa fosse e non lo voglio sapere. Certo è che a me non dicevano di che cosa si trattasse, bisognava sotterrare e basta». Non solo: al di sotto dei cumuli di gesso c’era di tutto, pneumatici, detriti, frammenti di cemento, resti di materiale da costruzione. Quando vennero dissepolti però - ha riferito Pitzalis - fu una ditta esterna a caricarli su un autocarro per trasportarli a una discarica autorizzata.

Le intercettazioni. Chiamato a spiegare nei minimi dettagli il senso delle conversazioni intercettate, l’operaio non si è tirato indietro. Dai dialoghi emergono anche le sue perplessità, le richieste di spiegazioni, secondo il difensore emerge soprattutto la condizione di subalternità che costringeva Pitzalis a eseguire sempre le disposizioni dell’azienda anche quando non gli piacevano.

 

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