«La poesia è sempre viva anche nell’era Twitter»

Luigi Natale, un migrante partito dalla Barbagia e approdato a Pordenone «Speriamo che i giovani riescano a mantenere l’essenza del loro essere»

La poesia salverà il mondo?

«La poesia non è figlia di sistemi e di ideologie, ama l’erranza. La poesia è un alito di forza che ci fa pensare, ci solleva e ci nutre, ci salva, uno ad uno, e poi noi insieme componiamo il mondo. Il poeta conosce l’imprevedibilità della vita, la sua mutevolezza e giocosa gioiosità. La poesia vera è a favore della vita, lavora solo ed esclusivamente per la vita».

Allora siamo tutti poeti? Tutti scriviamo poesie?

«Un po’ sì, la poesia sta nella parte più profonda di noi, dà voce all’essenza e alla bellezza; lo siamo quando amiamo noi stessi, gli altri e la vita. Scrivere è anche un modo per parlare a se stessi, con quella parte nascosta e segreta di noi, per conoscerci e “illuminarci”. Chi sa creare solidarietà spirituale, generosità, gentilezza, vive poeticamente».

Eppure pochi o pochissimi sono i lettori di poesie...

«Quel che conta è l’intensità della lettura più che la quantità. Quando faccio degli incontri di lettura le sale sono piene, anche di giovani e giovanissimi, che hanno occhi luminosi e ascolto vibrante. Chiedono, fanno commenti, magari osano leggere a loro volta qualche loro verso. Ecco, siamo noi a dover coltivare il senso della poesia nei giovani».

La poesia sembrava morta e sepolta. Ora invece pare riviva una nuova stagione.

«La poesia è sempre viva e fiammeggiante. Le stagioni mutano in un ciclo continuo a spirale. Sono alcuni umani, condizionati dal pensiero scientista imperante (ma questo sta cambiando), a pensare che viviamo in modo lineare, da un punto all’altro, che dobbiamo stare “coi piedi per terra”… Certo, e cos’è la terra se non un meraviglioso sassolino verde e blu che naviga sospeso nello spazio vuoto… ».

Persino il Sommo Poeta si prende la rivincita: la Divina Commedia diventerà un film del regista russo Aleksandr Sokurov...

«Si avventura in un bel viaggio fra i mondi. Vedremo… e poi torneremo a leggere ancora e ancora il mistero di quei versi che raccontano il cammino dell’umano. Sarebbe stato bello parlarne col Maestro Mario Luzi. Ho sempre in mente una serata di maggio, nella sua terrazza che spaziava su tutta Firenze e sui colli intorno e ancora più in là, mentre mi parlava della Divina Commedia. Ecco, vedi, diceva leggendo alcuni passi, senti il ritmo. Spero che il film sappia ricreare quel ritmo, quella voce dolce che ripete versi antichi e di sempre».

Anche il Nobel per la letteratura 2011 è stato vinto a sorpresa da un poeta, lo svedese Tomas Tranströmer...

«Poesia dal silenzio... è dal silenzio dentro di sé che sgorgano le parole. Sicuramente ispirato dai paesaggi nordici. È bello che un poeta sia premiato, ci riporta al centro dell’essere, come dice “la verità non ha bisogno di mobili”».

Poi c’è la poetessa polacca Wislawa Szymborska, sconosciuta fino a ieri ma che ora scala tutte le classifiche di vendita di libri grazie al lancio in tv di Roberto Saviano...

«Wislawa, donna eccezionale, poetessa raffinata e ironica, straordinaria la sua poesia. L’ho conosciuta ad un incontro all’università di Udine, occhi fulminanti e penetranti; mi raccontò di quando un ministro le aveva chiesto di fare la pubblicità per la raccolta differenziata dei rifiuti in Polonia. Lei, immagino con lo stesso sorriso da gatta che aveva mentre raccontava, gli aveva risposto “Ho una scopa, ma la uso solo per volare”. Mentre leggevo alcune mie poesie, ascoltava ad occhi socchiusi, intenta, faceva cenno di sì con la testa. Fu una giornata intensa e indimenticabile».

Ma il mercato editoriale non aiuta certo la poesia...

«Lo stereotipo economicista del mondo che pensa solo ai profitti non aiuta la vita e quindi non aiuta la poesia. Ma ci sono editori che esistono e resistono, e riviste importanti, che ci credono. La poesia non è incompatibile con la realtà di oggi, chiusa in un mondo idilliaco. Ciò che la vera poesia non tollera è il dominio del denaro, del consumo, della superficialità, della moda».

Ma gli haiku giapponesi sono diventati una vera e propria moda.

«È bene non confondere la distillazione intensa dei significati degli haiku con l’immagine da cartolina. Cosmi e pluriversi dello spirito risuonano dentro una parola distillata che nasce dal silenzio interiore e sgorga come fresca acqua sorgiva o come il gocciolio iniziale delle olive nel frantoio. Come dice Issa: “Fate largo, passerotti / fate largo – passa / l’illustre cavallo”».

I social network, soprattutto Twitter, sono i nuovi quaderni dei poeti...

«Preferisco i miei fogli e quaderni. La carta, la penna, il suono delicato del suo scorrere mentre scrivo. Ma per i giovani è un modo di comunicare, spero che mantenga l’intensità interiore e non diventi un altro giochino solo per farli consumare, per tenerli lontano dalla verità, dall’essenza del loro essere. Come dice Majakovskij: “Ascoltate! / Se accendono / le stelle, / vuol dire che qualcuno ne ha bisogno? / Vuol dire che è indispensabile / che ogni sera / al di sopra dei tetti / risplenda almeno una stella?” Dico sì, è indispensabile, così come è fondamentale ascoltare, guardare e sentire».

Poesia e tecnologia: un binomio possibile?

«Teniamo ben presente che la poesia include l’umano e compone, mette insieme attraverso la parola creativa, mentre molta tecnologia esclude l’umano, scompone, divide, isola attraverso il termine scientista, come lo definisce Raimon Panikkar. La tecnologia va usata, non bisogna farsi usare e diventarne schiavi, e questo è un rischio che corrono soprattutto i giovani, ma spero che sapranno tenersi saldi nel loro centro interiore. Quanto a me, dopo averle “lavorate” sulla carta, trascrivo le mie poesie sul portatile… ma ho sempre bisogno della fisicità e del contatto fra mano, penna, mente e spirito».

Che cos'è la poesia?

«Non ho risposte preconfezionate in tasca... Nel bellissimo romanzo Una vita immaginaria dell’amico poeta e scrittore australiano David Malouf, il protagonista, Ovidio in esilio a Tomi, osserva un fiore di papavero sbocciato in quel luogo così inospitale, ed ha una rivelazione: “Siedo per terra e lo osservo. Amo questo papavero. Lo veglierò. Noi dobbiamo trovare solo il nome (delle cose) e lasciare che l’illuminazione ci colmi. Cominciando, come sempre, da ciò che è semplice”. Ecco, la poesia veglia su di noi, ci parla delle cose semplici, che sono ovunque se sai guardare. Per me la poesia è eterno canto dell’universo, preghiera, magia, invocazione, trama incancellabile di un percorso spirituale, come le vie dei canti degli aborigeni australiani e le dimenticate transumanze dei nostri pastori».

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