La Nuova Sardegna

Nuoro

Indipendenza e sardismo, confronto aperto all’Exme

di Gianluca Corsi
Indipendenza e sardismo, confronto aperto all’Exme

Dibattito con Franciscu Sedda e l’assessore regionale Paolo Maninchedda «Prima di tutto è necessario guardare il mondo e avere coscienza di sé»

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NUORO. Il falco della regina, nobile rapace che nidifica nelle coste della Sardegna meridionale e sverna in Africa orientale, come esempio della mancata autocoscienza nazionale dei sardi. Ma anche come simbolo di un nuovo inizio e di un nuovo racconto, per la costruzione di un vero sentimento nazionale sardo. Ha volteggiato più di una volta, avantieri pomeriggio, nel Caffè letterario Nobel ’26 dell’ExMe di piazza Mameli, il raro “Falco Eleonorae”, durante la presentazione dell’ultimo libro di Franciscu Sedda, intitolato “Manuale d’indipendenza nazionale. Dall’identificazione all’autodeterminazione” (Edizioni Della Torre).

Il primo a citarlo è stato l’assessore regionale ai Lavori pubblici, Paolo Maninchedda, il quale ha confessato di utilizzare spesso l’etimologia del suo nome per testare la pressoché totale mancanza di autocoscienza di sé da parte dei sardi. E, come il falchetto protetto dalla regina Eleonora d’Arborea nella celebre Carta de Logu, sono tanti i tasselli del puzzle non riconosciuti dagli stessi sardi, che – se riassemblati – restituiscono un discorso forte e chiaro: «la Sardegna non è Italia, ma è altro». Come i Giganti di Mont’e Prama, la cui vicenda è analizzata da Sedda nel terzo capitolo, subito dopo l’introduzione e un capitolo incentrato sui concetti di identità e di identificazione (intesa come narrazione di ciò che vogliamo essere).

Sedda si chiede: perché avevamo nascosto i Giganti in casa nostra? Perché la loro grandezza ci mette in così grande difficoltà e, quasi, ci inibisce? È ancora Maninchedda, parafrasando il terzo capitolo del libro di Sedda, ad ammonire: «Badate che differenziarsi ed esistere sono due fattori fondamentali di qualsiasi identità, necessari per avere coscienza di sé». Ma questo nuovo racconto di sé, secondo Franciscu Sedda, deve ripartire da presupposti nuovi, ben oltre la consolante genesi del sardismo di Lussu e Bellieni che anzi nasceva proprio contro la maturazione della autocoscienza dei sardi. E allora basterebbe anche soltanto guardare cosa si è fatto nel resto del mondo (capitolo quinto del libro di Sedda) per capire che anche l’obiezione secondo cui «da soli non andiamo da nessuna parte» è fragilissima: Maninchedda, piuttosto che «essere da soli», preferisce dire «essere responsabili di sé». E poter percorrere una delle possibili forme di autodeterminazione elencate nel sesto e ultimo capitolo del libro. Magari scegliendo di essere liberi e dialoganti, proprio come il bellissimo falco della regina, che ha scelto come patrie due isole lontane, la Sardegna e il Madagascar, che – seppure Stato indipendente – si porta dietro i deficit di una dominazione umiliante e mai veramente risarcita.

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