Covid, a Nuoro la solitudine dei disabili malati

Le sorelle di un uomo ricoverato chiedono di poterlo assistere: «Da solo è perduto, si lascerà morire»

NUORO. Il tempo elastico della sofferenza generata dal Covid, dove i minuti si dilatano fino a diventare ore, ha scardinato i ritmi della vita di chi viene travolto dal virus. Negli spazi ospedalieri, sofferenza, nascita e morte sono diventati perimetri di solitudine. Per i malati disabili, questo si traduce in un lacerante vuoto affettivo, che aggiunge sofferenze e si ripercuote sull’andamento clinico del mostro che toglie il fiato. Così la storia di Franco, un bimbo di 55 anni affetto da un grave ritardo mentale, da dieci giorni ricoverato nel reparto Covid al decimo piano del San Francesco, è la storia di tutti i disabili che il Covid ha strappato alla famiglia, alle consuetudini, ad una “comfort zone” in cui le loro esistenze si sviluppano e dove si sentono sicuri. Piombati nel buco nero di una ospedalizzazione che non capiscono e non sanno gestire.

«Fateci stare con lui». «Senza la nostra assistenza, Franco non può farcela. Chiediamo di poter stare con lui, per prendercene cura, perché da solo non è in gradi di chiedere acqua, di dire che ha fame, di spiegare il disagio. A noi basta guardarlo negli occhi per capire di cosa ha bisogno». Luisella e Maria sono le sorelle di Franco. Con la madre e gli altri familiari si sono prese cura di lui, il linguaggio del cuore e l’allenamento di tutta una vita hanno insegnato loro non solo a capire i bisogni di Franco, ma anche a prevenirli: «Ci basta guardarlo». Pregando e supplicando e firmando liberatorie da qui alla luna, per qualche giorno hanno ottenuto che Maria – infermiera professionale con 50 anni di esperienza – potesse stare con lui in reparto. Ma in un amen perché questo permesso speciale venisse revocato. E da allora l’incubo Covid, si è trasformato in un film dell’orrore.

Le cure a casa. «Quando Franco ha avuto i primi sintomi, abbiamo fatto di tutto per curarlo a casa proprio perché sapevamo che per lui andare all’ospedale sarebbe stato devastante», racconta Luisella. Tra le sue cose, le sue abitudini, Franco ha una sua autonomia. Ma l’arrivo del Covid ha ridisegnato la sua vita. «A un certo momento si è aggravato, e dopo la terza crisi respiratoria ci siamo dovuti rassegnare a portarlo all’ospedale». Come in tutte le storie, anche in questa c’è un angelo: è la dottoressa del 118 che si è fatta carico della tragedia emozionale. «Ci ha aiutati tantissimo, si è resa conto che l’ospedale poteva far precipitare la situazione». Ma c’è stato un momento in cui il ricovero è stato inevitabile.

Liberatorie e tampone. «Siamo riusciti a strappare il permesso di stare con lui. Mia sorella Maria – continua Luiusella – ha fatto il tampone, ha firmato una serie di liberatorie con le quali sollevata l’ospedale da qualunque responsabilità in caso di contagio. Che però non è avvenuto: è andata all’ospedale bardata di tutto punto. Franco ha dovuto mettere il casco per l’ossigeno, se lo toglieva in continuazione. E si agitava, nel letto: mancava una sponda, rischiava anche di cadere».

La sigaretta e la telefonata. Giovedì scorso, il primo peggioramento. Franco ha il viso arrossato, Maria avvisa il personale che c’è qualcosa che non va. E infatti lui ha la febbre alta. La sorella decide di non muoversi da lì, e inanella 24 ore di fila accanto al letto di Franco. Senza cambiarsi, senza mangiare. Senza andare in bagno. Troppo complicate tutte le procedure, non c’è modo. Approfitta di un momento di quiete per uscire sulla scala antincendio e fumare una sigaretta. «Mai lo avessi fatto: l’avevo appena accesa, il personale è venuto a riprendermi per dirmi che non si poteva fare. Ma ero fuori – dice Maria – ho fatto l’infermiera per 50 anni, non lo avrei mai e poi mai fatto in reparto». La sera, la sorella Luisella, in apprensione, la chiama per sapere notizie, visto che la situazione si era aggravata. «Ho tenuto la suoneria spenta, ho risposto velocemente solo per tranquillizzare Luisella». Il giorno dopo, Maria viene messa alla porta del reparto. La sigaretta (nelle scale antincendio) e la telefonata “ha disturbato i pazienti” si rivelano errori imperdonabili.

«Quando venite?». Lì si consuma lo strappo affettivo. «Quando venite? Perché non siete qui? Franco ha il casco, quando lo abbiamo sentito in videochiamata non ha fatto altro che chiederci questo. Ma è sempre più giù, più spaesato, non capisce e non può capire cosa gli stia accadendo – prosegue Luisella –. Ci fa male questo senso terribile di abbandono. Senza di noi si lascia andare». Ieri la situazione si è aggravata. «Appena si libererà un letto, Franco sarà trasferito in Rianimazione per essere intubato. È un film dell’orrore».

«Aiuto per tutti i disabili». Maria e Luisella lanciano un appello. «Ciò che sta capitando a Franco succede a tutti i disabili che vengono ricoverati con il Covid. Aiutateci a star loro vicini, è indispensabile che sentano la vicinanza di chi si è sempre preso cura di loro, la nostra presenza potrebbe anche alleviare il lavoro dei sanitari, noi siamo in grado di accudire i nostri cari. Servono le cure, ma serve l’umanità». Umanità per questi bimbi sperduti, due volte vittime del Covid.

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